Caffè letterario Moak: una pausa caffè tutta da leggere

Moak è il promotore del concorso Caffè Letterario Moak: una giuria legge i tanti racconti che arrivano (oltre 250 ogni anno!) e seleziona i migliori, che vengono poi pubblicati nell’antologia I racconti sul caffè, che i nostri abbonati hanno trovato nella box #22.

Il racconto di cui pubblichiamo un estratto (ma che trovi completo nel pdf in fondo all’articolo) è uno dei cinque finastisti dell’ultima edizione.

Feeling (storia d’amore e di caffè) di Armando Bonato Casolaro

Nel 1976, a trent’anni, e abbondantemente fuori corso, riuscii finalmente a conseguire la laurea in sociologia con specializzazione in comunicazione pubblica presso l’Università di Palermo.

Finalmente non avrei più dovuto sopportare, almeno uno, dei due motivi di rimprovero, di mio padre: la lentezza con cui conducevo gli studi.

L’altra lamentela ricorrente di Gregorio D’Amico, mio padre, riguardava le assenze, spesso ingiustificate, da quello che
lui riteneva un mio dovere di figlio: dare una mano, almeno durante il fine settimana, nell’antica caffetteria di famiglia.

L’antica caffetteria, fondata da mio nonno, era situata nella piazza centrale di Erice mare. Sempre affollata, soprattutto il sabato e la domenica mattina.

Ogni mattina mio padre usciva di casa molto presto, alle sette alzava la saracinesca. Prima di uscire raccomandava, inutilmente, a mia madre di non viziarmi, come al solito, lasciandomi dormire.

La mamma solitamente mi svegliava alle sette e mezza con il caffè pronto in cucina. Non era un caffè qualunque, ma la sua specialità: il caffè ammantecato, per il quale io andavo matto.

Tutti i giorni diceva: «Questo ti aiuterà durante le lezioni all’università, così starai attento, a mamma!».

Quegli orari, comunque, andarono avanti così anche una volta laureato, malgrado i brontolii di papà.

Un mese dopo aver  festeggiato la mia laurea arrivò una lettera; era indirizzata a me, Edoardo D’Amico. Non volevo crederci, finalmente era arrivata la tanto attesa risposta dell’istituto di Torino, al quale, parecchio tempo prima, avevo inoltrato la domanda per frequentare il corso biennale di giornalismo.

Mi avevano accettato.

La notizia la diedi prima a mio padre che ne fu felice, tanto sapeva che non avrebbe mai potuto contare su di me per la caffetteria. A mia madre, invece, dispiacque molto, come del resto era logico che fosse. E il giorno dopo l’annuncio non preparò il mio caffè preferito, ma lo feci io per lei.

Presi la macchinetta, la riempii con il latte di mandorla al posto dell’acqua, poi ruppi un bastoncino di cannella e lo depositai insieme al latte; appoggiai il filtro, lo riempii di caffè macinato e posi la caffettiera sul fuoco. Appena bollì, facendo sentire il suo brontolio e dopo averla zuccherata, versai la bevanda, ben calda, che profumava di mandorla in una bella tazza di ceramica e la servii a mia mamma.

Lei la assaporò e disse: «E sì, figlio mio, devo dire che ora sai fare bene il caffè ammantecato, e purtroppo, proprio ora te ne vai. Fai un favore a tua mamma, non offrire mai questo caffè a qualcuno che non lo meriti. Questo caffè è una tradizione, solo nostra, di questa terra, che Dio ti benedica!»

Una volta arrivato a Torino trovai provvisoriamente una stanza presso un residence che un mio parente di Erice mi aveva consigliato.

Leggi tutto il racconto cliccando sull’immagine qui sotto:

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