
In un contesto culturale, quello attuale, in cui sappiamo bene quanto sia faticoso emergere fa sempre bene sapere che uno/a di noi “ce l’ha fatta”. Capita raramente, ma quando succede non può che darci speranza, farci pensare che in fondo nulla è davvero perso. Di recente è successo con Nova, illustratrice abruzzese classe 1984 gravitante da anni nel mondo dell’auto-produzione, che sul finire di maggio ha dato alle stampe per Bao Publishing la sua graphic novel di debutto, Stelle o Sparo. Per Nova il 2018 ha quindi rappresentato un vero e proprio punto di svolta: il salto nell’editoria “mainstream” e di conseguenza le luci dei riflettori puntate addosso.
Merito della sua bravura, ovviamente.
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Chi segue Nova – che nella scheda biografica a lei dedicata sul sito di Bao si auspica di “essere ricordata come l’Eurospin del fumetto italiano” – sin dai suoi primi passi (vedi ad esempio la partecipazione al progetto This Is Not a Love Song quando ancora si firmava Erbalupina) sa bene con chi e cosa si ha a che fare.
Ovvero un’illustratrice che fa del senso dell’umorismo pungente e caustico – insieme a un bagaglio culturale che va dalla cultura punk ai riferimenti trash e nerd di ogni genere – il proprio marchio di fabbrica, senza mai porsi problemi su galateismi di alcun tipo.
Queste caratteristiche l’hanno portata in poco tempo ad essere paragonata, da molti addetti ai lavori e non, l’erede di Zerocalcare.
Un paragone abbastanza ingombrante, ma che sfogliando le pagine di Stelle o Sparo appare piuttosto mirato. Di cose in comune Zero e Nova ne hanno infatti moltissime. Dalla casa editrice (Bao Publishing), alle radici dal basso, fino all’immaginario e ai temi che danno forma alle rispettive opere (nerdismo, punk, cultura trash) e più in generale a uno stile punk e underground… sfumato di Pop.
Stelle o Sparo, che è già stato definito una sorta di “manifesto generazionale”, racconta la vacanza estiva su un’isola greca di due ragazze afflitte e turbate da crisi esistenziali e dalla continua ricerca della propria collocazione nel mondo. Una storia sì estiva, ma al cui interno si respira un’aria piuttosto rarefatta che sembra anticipare l’arrivo di una tempesta tropicale che si andrà ad abbattere sulle due protagoniste, in particolare sulla scontrosa Stella.
A risaltare è lo stile cinico e amaro di Nova, che con i suoi continui riferimenti alla decade dei vari Beverly Hills, Nirvana, Clash, Heather Parisi, Super Mario Bros e Spice Girls ci da l’appiglio per ripiombare nel bel mezzo degli anni novanta, quando ancora l’ansia sociale, la tecnologia iper-invasiva non ci avevano inghiottito, e forse potevamo dire di stare un po’ meglio, oppure no…
Avevo contattato Nova ad inizio estate, tanta era l’impazienza di farmi spiegare qual è il suo immaginario di riferimento e tante altre “piccole” cose. Ma appunto l’estate, l’attitudine punk dell’illustratrice abruzzese, i viaggi-ilmare-gliombrelloni e tutto ciò che rende l’estate tale hanno avuto la meglio e la nostra chiacchierata è slittata ai primi di settembre, quando ormai l’estate va scemando e i nostri neuroni cominciano a pregustarsi quello che sarà un-altro-grigio-malinconico-letargico-autunno.
Dall’auto-produzione al mondo dell’editoria vera e propria, come stai vivendo questo fase di transizione (fatta di tour promozionali, di interviste promozionali… di promozione tout-court insomma)? Ti senti spaesata?
Sì. All’inizio non sapevo fare nessuna di quelle cose. L’idea di parlare ad una telecamera mi fa tuttora sentire profondamente schizofrenica, non mando mai neanche i messaggi vocali perché mi sembra di parlare da sola. In generale le fasi di transizione mi gettano nel caos.
Qualcuno ti ha definito – un po’ avventatamente penso io – “la voce della generazione cresciuta negli anni ’90”. Tu invece ci sei andata molto più cauta dicendo che un giorno vorresti essere ricordata come “l’Eurospin del fumetto italiano”. Senza pensare al futuro chi è Nova oggi?
Ma veramente con tutte le cazzate che faccio dovrei girare con un cartello che avvisa “do not try this at home” tipo il wrestling su Italia1, altro che voce della mia generazione.
Nova oggi è una che non ha proprio una qualità eccelsa ma ti ci affezioni e ci trovi dentro un sacco di cose che comunque sono buone. È una descrizione che sta bene sia all’Eurospin che alla mia generazione. Forse più all’Eurospin, ma di poco.
Stelle o Sparo è, se così possiamo definirlo, un libro-di-formazione. Una ragazza, Stella, con problemi esistenziali che cerca una sua collocazione nel mondo. Come è nata l’idea e c’è dell’auto-biografico nella storia?
Volevo raccontare una storia piena di gente chiusa da qualche parte, e lo volevo fare prima di scordarmi come si esce, eventualmente. È il libro che ho voluto fare per primo. Non avrò mai più la faccia tosta di fare una cosa così intima, forse.
Il libro si apre con una tavola in cui al centro è disegnato un super liquidator. Un salto nel passato, negli anni novanta (che si ripresentano più volte nel corso del libro) quando tutto sembrava essere “possibile”. Da che immaginario attingi per le tue storie?
Tutto il bacino culturale di quegli anni è la base del mio linguaggio, di tutte le mie metafore. Io quando penso a un futuro migliore probabilmente penso al 1994. Non era meglio di adesso, ma al tempo non lo sapevo, tutto qua. Siamo già arrivati (giustamente) al punto in cui il revival anni 90 ha rotto il cazzo a tutti. Il problema mio è che in realtà io non mi ero mai mossa di un centimetro da quel range di interessi, quindi non mi cambia granchè. Sono già in anticipo per quando tornerà nuovamente di moda avere le Buffalo. Avrò 85 anni, il deambulatore e le Buffalo.
Quello che mi ha colpito di Stelle o Sparo è il suo retrogusto Pop, Pop ma allo stesso tempo punk. Ci sono riferimenti ai Nirvana, ai Clash, ai Sex Pistols e poi a Heather Parisi, alle Spice Girls, a Super Mario Bros e a Ilfavolosomondodiamelie. Era tuo intento mischiare sacro e profano, creare una sorta di cortocircuito?
È la cosa che più mi piace fare, mi piace la dualità delle cose. Questo linguaggio contaminato è un po’ il mio marchio di fabbrica. Anche a livello di immagini, per esempio, amo disegnare spazzatura, roba rotta, residui umani in contesti naturali. È proprio una cosa che mi spacca il cuore accostare gli opposti, lo trovo potente. Io stessa sono l’animo di un camionista irsuto col vestito da principessa, è una vocazione questa.
A proposito di Nirvana. C’è un momento del libro in cui i disegni lasciano spazio alle parole e a quella che sembra la pagina di un diario segreto, e qui parte un flusso di coscienza su Kurt Cobain, sull’impatto che ha avuto per la nostra generazione. Che ruolo ha avuto sul tuo modo di essere (e quindi sulla tua arte) la musica e in particolare Kurt Cobain?
Ho ascoltato i Nirvana a sedici anni, che Cobain era già vissuto e già morto e io non me ne ero nemmeno accorta. Lo sentivo incazzato, zozzo, bellissimo, senza un futuro. È fisiologico, che piaccia agli adolescenti.
Ogni tanto penso a come sarebbe invecchiato. Anni fa profetizzavo un futuro in cui sessantenni nostalgici del grunge avrebbero suonato la sera negli chalet del lungomare, come le centinaia di cover band rock anni 70 e 80 che alla centesima versione di Stairway To Heaven con le parole inventate ti alzi e te ne vai a casa, ma gridando I’m a negative Creep and I’m stoned mentre le famiglie mangiano il gelato al tavolo… terrificante, per fortuna non è successo.
Sempre nella stessa pagina ricordi che Cobain ci ha lasciato con tre parole: pace amore empatia.. diciamo che il suo messaggio non è che sia arrivato proprio dritto e chiaro, non credi? Cosa pensi sia andato storto?
Quelle tre parole sono tre macigni in realtà, non era per niente facile raccoglierli. Non li ha saputi raccogliere nemmeno lui, difatti ci si è sfracellato sotto…
Pace, non sappiamo manco che roba è, viviamo solo per incazzarci. Amore, tutti lo vogliamo, tutti lo cerchiamo e poi appena s’avvicina scappiamo come i conigli. Empatia è morta annegata ribaltandosi dal gommone, l’hanno ritrovata gonfia che non si riconosceva più. Dove cazzo volevamo andare? Non è che sia andato storto qualcosa, è che non siamo portati.
Nel libro trovano spazio tanti riferimenti alla musica, e non a caso tu sei emersa attraverso un progetto, This Is Not a Love Song, che crea una sorta di collante tra musica e illustrazione. Quanto attingi da canzoni, album, artisti per dare forma alle tue opere?
Per TINALS mi sono accaparrata gli Smiths, gli Sparklehorse, Bowie, i Pearl Jam,i Soundgarden e pure Natalie Imbruglia. Sono particolarmente affezionata all’intero progetto!
Ascolto praticamente sempre musica quando disegno, il genere varia enormemente a seconda delle voglie. A volte è buona musica. A volte è musica deprecabile, e mi nascondo come un ladro dietro alle sessioni private su spotify.
Qualcuno ti ha definito un’autrice post-Zerocalcare: ti riconosci in questa definizione? La vivi come un peso?
Per me in realtà è un grosso complimento! La storia (dell’arte, della musica, della letteratura) è piena di influenze, di correnti. È normale. Uno prende quello che più gli piace, se lo mangia e lo metabolizza. Anche questo fa parte della ricerca di un’identità artistica, se così la vogliamo chiamare. Ovviamente, contemporaneamente mi tremavano le chiappe alla sola idea di essere avvicinata ad un pezzo così grosso, mi sentivo il gruppo spalla di ragazzetti punk che deve aprire il concerto dei Ramones.
Che poi a differenza dei fumetti di Zero, marcatamente nerd-oriented, il tuo sembra essere molto più orientato alla sfera emotiva ed esistenziale…
Questo primo libro in particolare lo è, perchè ho un modo di scrivere (e di disegnare) più di pancia, più “shoegaze”. La nerdaggine però riaffiora anche se cerco di tenerla a bada, temo. Sono due linguaggi che riesco a far convivere abbastanza serenamente, quello spirituale e quello ciccio-nerd. È tipo leggere il futuro nei tarocchi usando le carte di Magic.
E poi c’è l’adolescenza, che nel libro viene “raccontata” in maniera piuttosto cinica. A un certo punto dici “il punto è che sono anni delicati. Ci vai più feroce del dovuto con tutto, ed esci pesto..”. Tu come nei sei uscita da quegli anni?
Per anni mi è sembrato di essere uscita dall’adolescenza a 20 anni come uno che esce di galera a 75: praticamente spacciato, ma perlomeno socialmente più accettabile.
Adesso ci penso raramente. Questo vuol dire che ne sono uscita o ci sto ancora dentro e non me ne sono accorta tipo Inception.
Un altro “grande” tema del libro è la ricerca della felicità, o meglio più che della felicità di trovare un posto nel mondo dove sentirsi a proprio agio.. ora, tu hai capito dove diamine si trova ‘sto posto?
Eh, temo che sia Qui ed Ora. Ed è fenomenale perché un sacco di altre volte lo stesso identico posto fa proprio cacare, ma sono abbastanza sicura che sia quello.
Venite a piedi che per parcheggiare è un macello.




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