Il Ritardatario | Le Avventure di Pinocchio, Teratoid Heights, Non mi sei mai piaciuto

Le Avventure di Pinocchio, testo integrale di Carlo Collodi, illustrazioni di Luca Caimmi (ritardo: il libro è uscito tre anni e mezzo fa)

Cosa succederebbe se Pinocchio vivesse dentro un acquario, senza sole, sotto la sola salamoia selvaggia della luna?  Sembra una questione peregrina, ma se rileggiamo la storia di Pinocchio con il naso regolato sui giusti sentori ecco che di mostri marini e notti cupe ne spuntano fuori a bizzeffe. Forse Luca Caimmi ha seguito proprio questa operazione quando ha deciso di creare il suo Pinocchio subacqueo e notturno. 

Questo Le Avventure di Pinocchio di Carlo Collodi  non sono una ri-scrittura del testo classico, come fu, in un certo senso, il mitico Pinocchio; un libro parallelo di Giorgio Manganelli, ma una sua, come dire, re-immaginatura. Il testo, che è parola per parola quello splendido e immortale uscito dalla penna del sommo Lorenzini, viene affiancato da illustrazioni, che ce lo illustrano, per l’ appunto, utilizzando ingredienti acquatici e crepuscolari. Il risultato, lo dico subito, non solo è meraviglioso, ma è anche esuberante, come se la chiave per leggere a dovere Pinocchio fosse proprio quella di esaltarne questi insospettabili elementi. 

Non so come possa essere un Pinocchio equatoriale ambientato su Marte, oppure un Pinocchio riarso ed ambientato nel cratere di un vulcano, ma sono pronto a scommettere che non funzionerebbe così bene come la versione messa a punto da Luca Caimmi. Dico messa a punto perché questo Pinocchio è il frutto di un rimpiattino di dettagli che appaiono ed altri che scompaiono, un gioco di pesi e contrappesi, di giustapposizioni e sostituzioni che proprio come un ludico laboratorio alchemico trasmuta la materia di cui è composta la storia famosissima di Pinocchio, a cui la nostra memoria è sia affezionata sia assuefatta, in un vero e proprio nuovo libro tanto che all’apparizione di ogni nuova veduta – se ne contano quasi 40 – segue un oooh ed uno scrupoloso studio delle soluzioni ideate dal suo illustratore per tradurne a fondo i segni e i simboli che diventano così profondi enigmi da sciogliere con brioso piacere. 

Le atmosfere sono italiche, ma le luci soccombono ad un lente verdastra e bluastra e l’intero mondo di Pinocchio sprofonda di mille metri nella scarpata oceanica, senza smuovere acqua e senza infastidire troppo i pesci. 

Pinocchio diventa un lesto narvaletto, con il tradizionale cappello di midolla di pane e pantaloncini, il cui naso lungo e appuntito è il perfetto contraltare di quello di collodiana memoria. Anch’egli nasce da un ciocco di legno scovato da Mastro Ciliegio – che ha una rimessa al porto – il quale, giunto nella bottega di Geppetto, buon pesce falegname ed occhialuto, viene scavato e lavorato per farne un burattino. Più avanti conosciamo la Fata Turchina – una bella foca, Mangiafuoco – pescione abissale, il Gatto e la Volpe – rimangono gatto e volpe, ma gran divoratori di pesce arrostito alla taverna del Gambero Rosso – ovviamente, specialità pesce.

Il ludus delle trasformazioni, che riecheggia quella del ceppo in burattino e del burattino in bambino, è forse la vera ottica con cui analizzare questa opera che alla prima vista è leggera, ma se ben la guardiamo rivela una forza da nuovo classico. Quasi come Geppetto, Caimmi scava e lavora il ceppo originale della storia di Collodi e ne tira fuori un burattino oscuro e lunare, dall’occhio fisso, che alla fine della storia diventerà una creatura, non un bambino, ma un narvalo vero e proprio, sancendo un ritorno contro-evoluzionista dell’umano alla acque. Una visione falciante in cui il bambino-Pinocchio torna pesce, libero in un mare oscuro e profondo, dove davvero, rispetto a questo mondo arido e asciutto, la libertà ha una dimensione da vivere. 

Forse follemente, a me è sovvenuto il finale dell’Asino d’Oro di Apuleio in cui il protagonista, tramutato in ciuco, lamenta nottetempo la sua disgrazia innanzi al mare tanto che l’eternamente bianca dea Iside, che osserva il mondo dal suo loggione notturno, gli appare in sogno e gli indica il modo per tornare essere umano. 

Le Avventure di Pinocchio illustrate da Luca Caimmi sono un brivido favoloso che irrompe nella nostra vita diurna, un tunnel illegale che unisce due mondi paralleli dove Collodi aveva le branchie e i suoi lettori saltavano da un’onda all’altra, illuminati dal fuoco argenteo delle stelle.

Le Avventure di Pinocchio di Carlo Collodi, illustrazioni di Luca Caimmi (Orecchio Acerbo)

Teratoid Heights di Mat Brinkman (ritardo: tre anni e qualcosa, anche qui, ma questo libro è come se dovesse ancora uscire, sembra provenire dal più atroce e cupo futuro)

Mat Brinkman è un mostro nero, che dalla fine degli anni novanta tortura (leggi “allieta”) le menti dei lettori di fumetti di tutto il mondo. Come un blob è fuoriuscito dalla fucina lovecraftiana di Fort Thunder – assieme a lui talentacci del calibro di Johnny Ryan, Brian Ralph, Theo Ellsworth, Michael Deforge, Matt Furie e tanti tanti tanti altri. Nel lontanissimo 1995, lui e Brian Chippendale – anche lui un mostro, fluo però, non nero – occuparono una vecchia industria tessile a Providence e diedero inizio ad una sfrenata esperienza artistica sulla lama di rasoio del nuovo millennio, creando immagini, suoni e linguaggi che ancora oggi riverberano nello spazio mentale di tutto il mondo per originalità, scompostezza, furia e impatto.

Nonostante ciò, in Italia, solo negli ultimi anni il nome di Mat Brinkman e del clan di Fort Thunder ha avuto la giusta risonanza. In questo tardivo processo di aggiornamento, merita una menzione d’onore la stella oscura della casa editrice Hollow Press, che ha dato alle stampe l’intero (folle) corpus delle opere di Mat Brinkman partendo proprio da questa raccolta di storie brevi a cui è stato dato il nome di Teratoid Heights. 

Che cosa dire di questo volumetto quadrato? Sordido come una cancrena, leggero come una puntata di Adventure Time, Teratoid Heights – amabile gioco di parole con il brontiano Wuthering Heights– scompagina, stravolge, piccona, martella, dinamitarda qualsivoglia ammiccamento al lettore, modus operandi, regola d’oro del fumetto, cercando non tanto di ripensarle, ma di rimasticarle e sputarle via. Ed è proprio questa fame di distruzione che lo rende unico ed inimitabile. 

Dentro questo volume di quasi 230 pagine si affacciano personaggi amorfi, bizzarri, dal piglio a dir poco grottesco. Bighellonano sullo sfondo di inchiostri intasati che si decompongono in scenari oscuri, dungeon menomati, stanze imbottite coperte di melma. Bolol, Aghast, Godulla, OAF, titoli capricciosi, che ricordano parole inglesi di senso compiuto, rari dialoghi, una quasi completa assenza di balloon – poco può preparavi ad un tale sghignazzante all you can eat del caos.

Giusto per rendere la atmosfere, vi presento la vicenda iniziale: una creatura senza volto, ma con braccia e gambe – è un barbaro astrale? Un’astronauta? Uno scimmione? Un Dio? – si muove in un mondo di colline, fiumi, fossati, torri, scantinati, trappole. Cercando di espletare il suo strano istinto alla ricerca, alla quest, si imbatte in un nano, misero sovrano, il cui unico privilegio regale è tenere il sedere su di un trono dentro una oscura stanza sotterranea. Lo finisce con un pugno e poi ne usurpa lo scranno, a modo suo. 

Le storie di Teratoid Heights non sono un delirio, non sono un messaggio in codice, non sono una barzelletta e nemmeno un manifesto di sovversione, Teratoid Heights ha una sua volontà, e vuole che tu sia il putrido lavandino predisposto a ricevere il fiotto atro e salivato di un gargarismo rugginoso. Sei disposto ad esserlo? Se sì, apri la bocca e chiudi gli occhi: Mat Brinkman e i suoi strambi mondi saranno il tuo habitat preferito per molto, molto, molto tempo.

Teratoid Heights di Mat Brinkman (Hollow Press)

Non mi sei mai piaciuto di Chester Brown (ritardo: 3 mesi dall’edizione Rizzoli Lizard)

Ironia e distacco, confessione e dolore. Un bel cocktail. Ci si fa l’abitudine quando si leggono i fumetti di Chester Brown. Solo lui riesce a rendere quel gusto fatto di crudezza meccanica e tenerezza impalpabile. La copertina di questo libro dice tutto, scelta fin dall’antichissima edizione del 1999 di Black Velvet: un abbraccio eseguito tra corpi a dir poco fragili e sottili, teste grosse, braccia gracili, un abbraccio che, come dice Francesco Pacifico nella prefazione, va visto come atto di sovversione.

Facciamo le presentazioni: sono i primi anni ottanta quando Chester Brown, canadese dallo spirito americanissimo, a poco più di vent’anni, si mette ad auto-produrre una rivista a nome Yummy Fur. Da allora non si è più fermato. I capelli biondi e la capigliatura furente, disegnata così tante volte nelle sue storie, lo rendevano una specie di pop star timidissima del fumetto. Oggi quei capelli sono scomparsi, ed il suo cranio è nudo come se fosse stato rasato dal Tristo Mietitore in persona, ma è rimasta la capacità e la padronanza di un un vero e proprio maestro del fumetto alternativo. 

Al fumetto lungo e autobiografico si dedica dall’inizio degli anni 90. Questo Non mi sei mai piaciuto è del 1994, ed è già tutto un programma della sua futura produzione. Il protagonista è lo stesso Chester, adolescente bello e taciturno, alle prese con le prime inspiegabili cotte per i corpi femminili di compagne e giovani vicine. L’autore si ricorda e si disegna con gli occhi perennemente nascosti dietro i vetri opachi di un paio di occhiali: da quell’osservatorio vede il suo corpo crescere, il suo cuore venire a contatto con il dilemma dell’innamoramento, la sua remissione ramificarsi in un broncio malinconico, la sua timidezza arrivare a sfiorare un’apatia autolesionista, vede la neve di Montreal accumularsi e sciogliersi, vede le tette di Sky e gli occhi dolorosi di Carrie, vede la madre crepare in un letto di un ospedale psichiatrico. 

La linfa vitale della storie di Chester Brown sembra pervenire dalla natura delle sue relazioni con le donne, ma senza mai fuoriuscire dal seminato della riflessione composta e profonda, tenera e volatile. La sua voce è schietta e ferma e la sua passione per i dettagli è proverbiale. Ogni episodio di questo volume ad esempio ha una dimensione temporale e spaziale ben precisa, attinge a ricordi, descritti oggettivamente in meticolose note conclusive, nel continuo tentativo di creare un profilo precisissimo, quasi che la realizzazione di questi fumetti fossero stati consigliati al suo autore da un qualche astruso psicoterapeuta. 

Tutta questa ponderatezza nasconde un’ombra di morbosità e la fragilità dei suoi personaggi, al mio cuore, non smette mai di sussurrare una forza diversa, non romantica certo, ma di natura distorta, o addirittura lievemente corrotta giacché il nostro – quasi fosse un Robert Crumb meno eccessivo – è ossessionato dal sesso.

Il Playboy, dato alle stampe nel 1992, lo precede, ma fotografa il periodo seguente gli episodi raccontati in Non mi sei mai Piaciuto, in questo libro Chester scopre il sesso e lo ritualizza nella venerazione di una vecchia copia di Playboy. Nel 1999 esce Io le pago, un coraggioso memoir confessione del rapporto dell’autore canadese con la prostituzione, che diventa il veicolo di un amore senza compromessi, che riesce a liberarlo e a renderlo sereno. Chiude il cerchio The Little Man – nomignolo infantile dato al membro maschile – che è una raccolta di storie brevi nella quale però emergono incastri e dettagli della sua vita amorosa ed in particolare dell’arcinoto legame con Sook-Yin – a cui è dedicato ossessivamente anche Non mi sei mai piaciuto. Aggiungerei infine, in un’ideale tetralogia, Maria pianse sui piedi di Gesù, unfumetto-saggio – contiene più di 100 pagine di note scritte di proprio pugno dall’autore – in cui la Bibbia viene studiata con l’ottica anticonformista di rilevare peso e ruolo della prostituzione e delle prostitute nelle vicende raccontate dal Testo Sacro. Senza l’ombra di una provocazione, sempre con il suo tono monocorde e distante, come se stesse inseminando delle rane da allevamento. 

E’ effettivamente questa rarefatta distanza il marchio di fabbrica di Chester Brown: storie crude ed insane che parlano però direttamente al nostro cuore, attraversando indenni interi decenni. Un gusto che piace, triste e felice assieme. Un sapore che non leggi tutti i giorni. Ricca ed elegante l’edizione Rizzoli Lizard, leggiadra la traduzione di Vincenzo Filosa.

Non mi sei mai piaciuto di Chester Brown (Rizzoli Lizard)

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