Il lato indie del cinema mediorientale

Eterogeneo, brillante, rivoluzionario, il cinema mediorientale racconta i conflitti religiosi, le guerre civili e le identità conflittuali del Medio Oriente. Dall’origine della settima arte, registi e autori combattono i pregiudizi aspirando a una rivoluzione che punta all’uguaglianza, all’indipendenza e alla libertà. Come le donne che lottano contro una società che fatica a definirle film-maker, le opere da analizzare sono innumerevoli.

Il primo cult risale al lontano 1958: Stazione centrale. Il classico arabo di Youssef Chahine che consacra la caotica stazione del Cairo la dimora degli ultimi custodi di un’identità.

Presentato in anteprima alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, La bicicletta verde è la storia di un adolescente che lotta con tutte le sue forze per ottenere l’oggetto che dà il titolo al film; il simbolo di libertà della regista Haifaa Al-Mansour che conquista la sua “bicicletta verde” realizzando il suo poetico film.

Presentato al Festival di Cannes, Caramel è un dramma romantico ambientato in un istituto di bellezza. Il microcosmo dove ogni donna è il riflesso di Nadine Labaki che, con poetica malinconia, racconta la quotidianità di Beirut.

Dopo grandi perle d’autore, il regista iraniano Abbas Kiarostami realizza la più anticonvenzionale delle trilogie: Dov’è la casa del mio amico, E la vita continua e Sotto gli ulivi. Tre film, tre sguardi, tre anime di una stessa realtà: il villaggio di Koker in Iran da cui nasce la Trilogia di Koker. Dalla poetica ricerca di Dove è la casa del mio amico ai metacinematografici E la vita continua e Sotto gli ulivi, Kiarostami, tra realtà e finzione, dà un volto e un’identità al cinema iraniano.

L’approccio testosteronico al tema bellico nell’entertainment hollywoodiano diventa intimo, riflessivo, e a tratti claustrofobico, in Lebanon, il cult di Samuel Maoz che focalizza l’attenzione su quattro giovani soldati imprigionati in un carro armato che, nel giugno del 1982, attraversa il confine libanese.

Nonostante l’elevato numero di pellicole drammatiche, la commedia brillante accompagna e impreziosisce il cinema mediorientale. Diretto da Sou Abadi, Due sotto il burqa è la storia di uno studente di scienze politiche disposto a indossare il burqa per conquistare l’amore della sua vita. Una commedia anticonvenzionale che, trascendendo le divertenti gag, invita a riflettere con romanticismo e ironia.

Altrettanto folle ed esilarante, L’incredibile viaggio del fachiro è l’avventura in giro per il mondo del bizzarro Aja tra armadi Ikea e mongolfiere. Un cult multietnico diretto da Ken Scott che fonde credibile, incredibile, ordinario e straordinario.

Il cinema mediorientale conquista le vette della rivoluzione stilistica e autoriale attraverso due cult animati: Persepolis e Valzer con Bashir. Diretto da Vincent Paronnaud e Marjane Satrapi e candidato agli Academy Awards 2008 come miglior film di animazione, Persepolis è l’emozionante racconto autobiografico di una donna che affronta l’adolescenza spinta dal desiderio di cambiare il mondo. Candidato agli Academy Awards 2009 come miglior film straniero, Valzer con Bashir è il lungometraggio animato scritto e diretto da Ari Folman sul tema della memoria: l’arma indispensabile per evitare gli orrori del passato.

Tra drammi, commedie e opere d’autore, i film mediorientali custodiscono la storia, la terra, l’anima di autori che hanno il coraggio di creare un grande cinema. E di un pubblico finalmente pronto a scoprirlo!

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