Spunte Blu | Bere caffè da un’altra parte di ZZ Packer

Ogni mese Paola e Giorgia leggono un racconto e ne parlano: al telefono, in chat, con vocali whatsapp. Da qui nascono riflessioni e dibattiti. Attraverso il dialogo si suggeriscono nuove osservazioni sul modo in cui gli altri raccontano storie. Quello che segue è un testo uniforme delle loro notifiche letterarie.

Il racconto di questo mese è Bere caffè da un’altra parte di ZZ Packer.

L’autrice
ZZ Packer è una scrittrice americana. Bere caffè da un’altra parte è il titolo del racconto con cui ha esordito su The New Yorker nel 2000 e a cui segue la sua prima raccolta omonima. Nel 2015 ha pubblicato il suo prima romanzo dal titolo Buffalo Soldiers.

Il racconto
Dina è appena arrivata a Yale, è tra le poche studentesse afroamericane, e durante un gioco fra matricole nessuno capisce la sua ironia. Le sue battute fuori luogo le costano sedute obbligatorie dallo psicologo del campus e l’isolamento in una stanza singola. Non che le dispiaccia, anzi. Sarebbe riuscita a stare bene da sola se non fosse stato per Heidi, una ragazza bianca del suo corso di poesia, che una sera piangendo le bussa alla porta citando alcuni versi di Frank O’Hara.
Da qui ha inizio un legame insolito che da amicizia vagamente sadica si evolve in un amore troncato sul nascere. Nonostante Dina si ostini a sottolineare le differenze che la separano da Heidi, le due ragazze hanno molto in comune: la marginalità, il desiderio di essere comprese, la perdita della figura materna. Quello che Dina però sembra non acquisire mai è la capacità di Heidi di imparare ad accettare se stessa e gli altri.

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In Bere caffè da un’altra parte la blackness è prima di tutto una affermazione di alterità rispetto al contesto che circonda la protagonista.
Nella scena iniziale, in cui avviene un curioso gioco di orientamento, Dina mette immediatamente in risalto la presenza di un altro ragazzo nero nel gruppo, che comunque, ci tiene a sottolineare, non sembra essere un tipo sagace.
Dina sembra sapere molto bene cosa fanno i neri: quando Heidi compare bussando alla porta della sua stanza in lacrime, Dina dice: «I neri non bussano agli sconosciuti piagnucolando». Anche se si contraddice subito dopo proseguendo con: «Non che fossi capace di capire i neri che frequentavano Yale.[…] E c’era qualcosa di pietoso nel loro essere a posto (cool nell’originale n.d.r.)». In questa affermazione c’è tutto il senso di non appartenenza di Dina a un contesto nuovo, dove persino quelli che dovrebbero essere suoi alleati sono diventati incomprensibili. Nella descrizione di questi due episodi iniziali ci viene mostrato il modus operandi che caratterizzerà l’atteggiamento protagonista per il resto del racconto, ossia l’insistenza quasi altezzosa di distanziarsi da chi, per un motivo o per l’altro, le è vicina.

Che Heidi è bianca è una delle informazioni che sembra premere molto alla narratrice. Ce la svela quasi subito. Avrebbe potuto darci un sacco di informazioni su di lei, visto che in poco tempo la ragazza sarebbe diventata prima molto amica di Dina, e in un secondo momento la sua amante, ma sceglie di metterla sul piano della differenza di colore. Dina sembra essere determinata a partire da ciò che le rende distanti.

Il colore della pella è una questione fondante della relazione fra Dina e Heidi. Fra loro si instaura un gioco di potere perpetrato da Dina e a cui Heidi si sottomette volontariamente. Anche se quest’ultima è bianca (quindi più “potente”) è tuttavia grassa e gay, al contrario della narratrice. Questo pone Dina in una posizione di “vantaggio”; un vantaggio che comunque sembra perdere quando a un certo punto Heidi fa coming out. In questo modo Heidi si affranca e accetta la sua alterità.
Dina non accetta niente; al contrario, come dirà lo psichiatra, finge. Finge e si nasconde dietro ai giochi di potere. Nel momento in cui è chiamata a comportarsi al di là del chi è bianco e chi è nero, del chi è ricco e chi è povero, ma secondo un universale di pietas umana o anche solo di sentimento autentico, perde a tavolino. Non si mette in gioco.

A questo proposito Cool Rules di Dick Pountain e David Robins, un saggio in cui viene descritta la fenomenologia del “cool” dalle sue origini a oggi, offre una chiave di lettura importante per il racconto. Nel volume viene citato lo storico Robert Farris Thompson, il quale suggerisce nei suoi scritti African Art in Motion e Flesh of the Spirit che l’idea di cool, il cui primo significato è quello di “freddo”, fosse presente nella religione animista della popolazione Yoruba in Africa occidentale. La compostezza era, insieme all’attitudine al comando e al carattere deciso, uno dei tre fondamenti della filosofia religiosa Yoruba. Questi ideali erano condivisi da altre popolazioni africane come quella Bantu e quella Tsonga, secondo le quali ciò che è cool è considerato buono e desiderabile: si può comunicare con gli dei solo se non surriscaldati da eccessive emozioni. Secondo Thompson questi precetti sono approdati anche nelle Americhe insieme all’importazione degli schiavi africani.

Accogliendo questa tesi, Richard Majors and Janet Mancini Billson ipotizzano in Cool Pose che il mostrarsi indifferente era un meccanismo di difesa adottato da schiavi ed ex schiavi afroamericani per tutelare il proprio orgoglio e l’autostima dall’odio razziale e dalle discriminazioni. Salpato dall’Africa come dettame religioso, una volta sbarcato nel Nuovo Continente si è evoluto in una resistenza passiva ai soprusi schiavisti attraverso uno stile personale.

Cool rappresenta un desiderio di distanziamento dall’autorità attraverso il disinteressamento piuttosto che la ribellione. E il suo mezzo di espressione è l’ironia. L’essere cool nel senso di “distaccato” è senza dubbio una posa difensiva che la protagonista del racconto adotta come strategia di sopravvivenza.

La contrapposizione tra bianco e nero viene riproposta più avanti anche nella dicotomia fra caffè e latte – il latte che di fatto Dina beve il giorno della morte di sua madre, il caffè che invece si immagina di bere. È come se i dettagli di colore in questa storia fossero una matrioska – dalle macro-contrapposizioni dell’inizio si passa a quelle meno palesi, a mano a mano che si procede con la narrazione. In questo passaggio Dina ha in mano una bevanda bianca, ma se ne immagina una nera. Il suo posto di pace, cioè il luogo immaginario in cui sua madre non sta morendo, è correlato al nero, al colore che la descrive e la determina. E così, anche se sembra vergognarsi, disprezzarsi, volersi allontanare da tutti, Dina trova serenità solo in un posto di cui conosce molto bene le caratteristiche: vicino a se stessa.

È interessante anche osservare l’evoluzione della voce narrante a seconda delle sfere che vengono raccontate. Se all’inizio questa è incalzante e racconta gli eventi con cinismo e un’ironia a tratti disturbante, quando parla degli eventi intimi della sua vita, si appiana.
Durante una seduta, lo psicologo chiede a Dina se si è mai infatuata, se ha mai baciato qualcuno. Dina allora racconta un aneddoto molto personale – anche se per metà inventato. Parla del posto da cui proviene, per la prima volta ci parla di sua madre. In quel momento avviene un piccolo cambio di direzione. Qui la voce si ammorbidisce, diventa più pacata e il ritmo rallenta. C’è persino un momento di tenerezza quando Dina descrive sua madre dicendo «Vidi la meringa della sua pelle color limone».

È da qui in poi che il rapporto con Heidi, fino ad allora esclusivamente amicale, si fa più intimo. Nella scena seguente le due ragazze fanno la doccia nude nella cucina della mensa in cui lavorano come lavapiatti e poco dopo inizieranno una relazione sentimentale. È un passaggio di grande sensibilità; per la prima volta Dina si permette di pensare a sua madre in quei termini, con dolcezza e dolore, e sembra che questo abbia un effetto liberatorio su di lei, al punto di metterla nel giusto stato d’animo perché ammetta a se stessa di desiderare Heidi.

È come se Dina togliesse la corazza solo nell’intimità, quando nessuno può vederla o sentirla. Come se avere sempre la battuta pronta e l’osservazione tagliente non desse agli altri la possibilità di fare domande le cui risposte potrebbero esporla, o addirittura tradirla. Basta guardare le omissioni o le bugie che si inventa dallo psicologo. In fin dei conti è finita sul suo lettino a seguito di un fraintendimento, e non per un desiderio reale di capirsi.
Durante il gioco di orientamento aveva affermato: «Mi chiamo Dina e se proprio dovessi scegliere un oggetto, penso che vorrei essere un revolver».
Perché Dina vuole essere una pistola?
Per ferire prima di venire ferita.

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