Il Ritardatario | L’Isola Schifosa, Invisible War, Nato nella Paura

L’Isola Schifosa di William Steig, Rizzoli (2019)

C’è un isola bruttissima in mezzo a non si sa quale oceano, ma che per certo è popolato da serpenti velenosi, granchi dalle chele taglienti e molte altre bestiacce perniciosissime. Sulla terraferma invece cactus, arbusti e rovi si arrampicano per scarpate asciutte come ossa. L’isola è bruttissima perché è il prodotto di un clima delirante che di giorno regala eruzioni e di notte glaciazioni.  Un’isola del genere non può che essere il perfetto habitat per orribili mostri. 

William Steig per questo libro costruisce un diorama impeccabile, un presepe straziante e comico, in cui una stirpe infinita e polimorfa di creature ribolle senza né arte né parte. Che belli i mostri! Chi potrebbe vivere senza? Solo un disperato potrebbe vivere senza i suoi mostri sotto braccio. Steig lo  sa bene, e allora lo vediamo proprio come ce lo descrive Quentin Blake nell’introduzione, piegato a disegnare questa procella di bestie, a colorare la sua genia di bruti con la concentrazione e la serietà di un bambino nella sua tenda d’indiano. I mostri de L’Isola Schifosa sono grossi bruchi, enormi zanzare, dinosauri squamosi, insettoni affamati dagli occhi biechi, affari policromi a strisce rosa verde e blu che compongono una sorta di parodia feroce ed efficacissima delle wild things di Maurice Sendak.

William Steig è l’inventore (termine orribile) dell’orco verdastro Shrek, personaggio che gli ha dato la notorietà negli ultimi anni della vita. Lo Shrek disegnato da Steig è un creaturo losco e selvaggio, dal naso grasso e bitorzoluto (la versione arcinota, quella della serie animata della DreamWorks, è al confronto un pupazzone tondo e un po’ scialbo), che rende benissimo la poetica dell’autore di New York: un universo delicatamente goffo e scontroso, ma allo stesso tempo sorprendente e radioso come un fuoco d’artificio.

“Questo libro non può mancare nella tua libreria”, quante volte avete sentito questa frase? Il 98% delle volte si tratta di un libro che non vi dirà niente, e che forse addirittura non vi piacerà, ma questa volta sento di dover utilizzare proprio questa formula. L’Isola Schifosa, secondo me, è quello che si dice un capolavoro. Tinte, forme, musi, zanne, fuoco, magma, matite, pastelli a cera, acquerelli, ogni cosa stimola un’ilare elettricità nel fortunato che mette il naso tra le sue pagine. Il finale, proprio l’ultima pagina intendo, è tra le più belle chiusure della letteratura illustrata.

Quentin Blake, che da Steig ha preso i suoi angoli aguzzi e certi sfarzosi colori, sa bene di cosa parla quando scrive di uno “stile sofisticato e giocoso”. L’Isola Schifosa è di fatti una macchina intelligente e allo stesso tempo primitiva: i mostri che popolano questo libercolo sono preziosi almeno quanto quello che ci passa per le testa quando riflettiamo sulla nostra esistenza. C’è davvero qualcosa di magico nel vederli sfilare uno contro l’altro, rabbiosi e sinceri, stupidi e gloriosi, è  come se ci ripulissimo dalle scorie di una vita miope e funzionale. Un mostro non è funzionale, un mostro ha solo una gigantesca voglia di essere meraviglioso e terribile assieme, non ha nessuna interesse nella comunità in cui vive, tant’è vero che quando non è attorniato da altri mostri è preso e messo ai piombi, alla berlina, è bistrattato, condannato, allontanato. 

L’acuto Quentin scrive anche che questo libro piacerebbe al suo quasi omonimo William Blake, perché ne capirebbe subitamente la recondita morale. Il poeta inglese, autore di un altro genere di capolavori, è apparentemente distantissimo dalle creature virulenti e coloratissime de L’Isola Schifosa, ma nei suoi lavori c’è una carica di prepotente candore e tragica purezza, che è nondimeno la cifra distintiva anche di questo meraviglioso libretto che parla di mostri.

L’Isola Schifosa di William Steig – Recensito con quattordici mesi di ritardo

Invisible War di Diego Lazzarin, autoproduzione (2019)

Niente di meno invisibile di una guerra, verrebbe da dire subito. Diego Lazzarin, classe 1979, è pittore, scultore ed autore di fumetti. Saranno stati quattro anni fa quando ho acquistato una copia del suo Aminoacid Boy and the Chaos Order, dopo essere stato incuriosito da un booktrailer in cui vedevo un figuro meschino con occhi dilatati che si muoveva in un paesaggio da incubo. Non potevo credere che davanti ai miei occhi si srotolasse una storia di ben 160 pagine, psichedelica, delirante, ma affascinante, composta come una sorta di romanzo di formazione alla Il Rosso e il Nero, ma con l’intreccio di una fanta-spy story. I disegni sembravano gentilmente dall’Apocalissedi Giovanni e per di più, ogni vignetta era realizzato ad acrilici, alla faccia di tutti i disegnatori con iPad dell’universo. Oltre ad essere un fumetto favoloso era anche uno sbalorditivo prodotto di pazienza e caparbietà. Scoprii immediatamente che la produzione di Lazzarin non si limitava a quel singolo volume. Fare un salto sul sito è come pogare ad un concerto su Aldebaran, ti ritrovi stretto tra mille cose colorate, caotiche, scimmiesche e scintillanti, sulle prime capisci poco, ma poi tutto visceralmente ti piace. Dopo tante, ma davvero tante cose – giocattoli, sculture, maschere, videoclip, videogame, astruse webserie con cani che galleggiano nello spazio, tele protocosmiche e collaborazioni (con Le Dernier Cri!) – rieccolo che dà alle stampe Invisible War, un nuovo fumetto su carta. 

Pandemie, inquinamento, multinazionali, complottismo, congiure di ogni genere e grado, siamo circondati da guerre invisibili, ma la guerra che ci descrive Lazzarin è un’allucinante guerra spirituale: nel futuro di Invisible War esisteranno soldati che guadagneranno crediti mano a mano che uccideranno i loro nemici, e tutti saranno soldati, uomini, donne e bambine compresi. I crediti serviranno per guadagnarsi il Paradiso, che avrà letteralmente un prezzo ben preciso da pagare all’ingresso. La piccola Jyoshimi e suo padre faranno di tutto per accedere ad una vita più gioiosa, lontano dall’inferno terrestre. Chissà poi se la Paradiso sarà davvero meglio dell’Inferno? Ma questo nessuno può saperlo, né la piccola protagonista di questa storia brutale, né noi qui, sulla Terra.

Il libro è breve, ma concede un formidabile intrattenimento. Le atmosfere che emana sono assolutamente irripetibili: solo Lazzarin riesce ad essere distorto e confortevole allo stesso tempo. William Burroughs, Brian Chippendale, Stan Brakhage, il suo è un tocco che richiama autori da svariati mondi.

I volumi di Diego Lazzarin sono autoprodotti e raggiungono i torchi dopo un crowdfunding; sono tutti in inglese (sa cosa vuole, il ragazzo!), ma si tratta tuttavia di un inglese talmente secco da essere comprensibile anche da quelli che sono fermi ad un albionico di sopravvivenza; non li trovi in libreria (solo quelle con un po’ di buongusto li hanno in contovendita) e su Amazon – ovviamente – non ci sono. Il modo più veloce per acquistarli è fare un salto sul sito ufficiale oppure scrivere una bella letterina direttamente all’autore.

Invisible War di Diego Lazzarin – Recensito con un annetto di ritardo

Nato nella Paura di Thomas Ligotti,  Il Saggiatore (2013)

Il libro raccoglie 19 interviste a Thomas Ligotti, scrittore d’orrore tra i più misteriosi e prolifici degli ultimi anni. Copre un periodo che va dal 1988 al 2013, anno in cui il libro è stato pubblicato.

Se siete lettori di Thomas Ligotti,leggete questo libro per chiudere l’enneagramma di questo curioso autore; se non avete mai letto Thomas Ligotti,leggete questo libro per aprire i giuochi; se non avete intenzione di leggere gli strani racconti di Thomas Ligotti, leggete questo libro allora come definitiva damnatio memoriae del contemporaneo, in cui scrittura, filosofia e orrore si incontrano e coincidono, a volte, alla perfezione. Ligotti lascia il segno e le sue riflessioni prendono le misure di un pianeta morto, che avvampa in un pallido fuoco fatuo, che non brucia, ma consuma i suoi abitanti in una fiamma eterna, come un inferno psicotico. Questo è quello di cui parliamo quando parliamo di Nato nella Paura, oltre che, vien da sé, di pastosa letteratura horror e weird, o meglio ancora, di letteratura soprannaturale, per dirla con Howard Philips Lovecraft,che così alacremente la teorizzò e mise in pratica.

“Anziché cercare la pace nella vita, ho aggravato la paura. E l’ho aggravata ulteriormente lasciandomi sedurre dagli aspetti più morbosi e spaventosi dell’esistenza. Mi spiace aver cercato la paura anziché la pace, ma non sono stato abbastanza lungimirante”, queste le parole con cui Thomas Ligotti descrive il suo lavoro presso gli esseri umani. Una lucida autodafé che ci mette di fronte a riflessioni spinose. La maggior parte degli autori che avrebbero avuto la capacità e la possibilità di pubblicare le proprie opere in maniera continuativa ricercherebbe alla fine dei conti una certa serenità consolatoria, ma non è così per Thomas Ligotti. Schiavo delle sue idiosincrasie,  si è scelto il ruolo del mistagogo, che introduce ad un mondo disvelato, un mondo senza etica e senza conforto, un mondo in cui il gesto più clemente per la civiltà sarebbe dare la possibilità ad ogni essere umano di poter scegliere se vivere o morire, senza spostare per forza la discussione sul piano etico, ma rimanendo su quello pratico e deterministico. Morire e vivere, per certi individui, può voler dire la stessa cosa. 

Nessuna furia iconoclasta, niente linguaggio apocalittico, Thomas Ligotti è pieno di flemma, di raggelante fluido antigelo che lo trasforma in una vescica con un cuore, due polmoni, altri organi complessi, un apparato circolatorio e un sistema nervoso che confluiscono in un apparato fonatorio che parla. Nel compendio, come lettere scritte ad un ipotetico lettore, temi e riflessioni procedono torrentizie, ma non per questo incontrollate. Ogni parola è pesata e pensata, perché ognuna grava su di un sistema di pesi e contrappesi mai troppo sbilanciato, ma chiaramente pendente da una parte. Pochi si avventurano nella gelida regione in cui Ligotti ha scelto di piantare la sua yurta, pochi la coltivano così curatamente da poterne tirare fuori frutti condivisibili. D’altra parte, se Ligotti è nato nella paura, è grazie alla paura che ha elaborato la sua strategia di sopravvivenza. Dalla paura, la sola risorsa concreta di questo scorcio di terzo millennio, ha tratto il suo élan vital, accettando il terrore come si accetta un gatto che ti si adagia sulle tue gambe, senza frapporre barriere, senza cercare di esorcizzarlo, credendo in lui, anzi avviando con il terrore un dialogo oscuro e sovrumano. 

Dal profondo degli anni settanta, attraversando gli anni ottanta, per poi esplodere nei due decenni seguenti, non solo grazie ai suoi racconti, ma anche collaborando con David Tibet dei Current 93 in album inquietanti come I have a special plan for this world oppure apparendo, tra gli ispiratori del successo mondiale True Detective, in quella prima stagione che lascia il segno più per i dialoghi che per l’azione, Ligotti, grazie a decenni di lavoro meticoloso, ha miracolosamente trovato la via per arrivare a tutti quegli individui che non avevano paura di scandagliare l’abisso e farsi dall’abisso a loro volta scandagliare.

Come un Fëdor Dostoevskij venuto fuori dal più perduto dei Buchi Neri, vivisezionando la propria condizione, Ligotti divarica gli squarci atroci del nostro mondo interiore. Ci rivela, tra le tante cose, i suoi gusti letterari, che sono ferite ben aperte anche loro, tutte da scrutare a fondo: Lovecraft, Poe, ma anche Thomas Bernhard, Vladimir Nabokov, la letteratura est europea e, su tutti, il sommo Bruno Schulz. Perché l’horror può essere ovunque, dietro ogni pagina, in ogni parola, a patto che lo scrittore creda nell’horror.

Nato nella Paura di Thomas Ligotti – Recensito con più di sette anni di ritardo.

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