27 anni: L’età media delle case in Giappone

Un estratto dal terzo numero di The Passenger, il nuovo periodico di Iperborea, dedicato al Giappone: la curiosa stora delle case che non invecchiano, raccontata da Matteo Battarra.

Per un europeo è buffo – al limite del paradosso – pensare che l’età media dei giapponesi (46 anni, la più alta al mondo) sia quasi il doppio di quella delle loro case (27, la più bassa del mondo industrializzato).

Avete letto bene: l’età media degli edifici di Tokyo e delle altre città giapponesi è inferiore ai trent’anni. Sono numeri sorprendenti, che difficilmente verrebbe da associare a uno dei paesi più ricchi del mondo, ma che si possono ricondurre a scelte politiche e al modo in cui si è sviluppata la società giapponese.

NA House, Tokyo | Sou Fujimoto Architects
NA House, Tokyo | Sou Fujimoto Architects

Un’esistenza così breve non vuol dire che la maggior parte delle case in Giappone sia costruita male. Questa «data di scadenza» è, essenzialmente, artificiale. A partire dal dopoguerra, per incentivare e mantenere attivo il settore edilizio il governo giapponese ha fissato il limite di vita delle costruzioni a trent’anni: in pratica è stata calcolata l’età media delle case che dovevano essere abbattute o regolarizzate per le norme antisismiche, all’epoca trent’anni appunto, e questa cifra è diventata lo standard nazionale a cui adeguarsi (ovviamente la maggior parte degli edifici pubblici e dei grattacieli è costruita per durare di più).

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Questo «decreto di non permanenza» non è stato, comunque, un atto rivoluzionario, ma fu introdotto in un paese che per gran parte della sua storia ha utilizzato il legno come principale materiale di costruzione, dovendo fare i conti con un altissimo rischio di incendi, soprattutto nelle grandi città, dove case e negozi in legno erano ammassati gli uni sugli altri. La stessa Tokyo è stata più volte devastata da roghi spaventosi, come nel 1657 o nel 1923, in seguito al grande terremoto del Kantō. Inoltre, questa scelta ha molto a che vedere con il rapporto della cultura giapponese con la conservazione del proprio passato: il vero valore storico e materiale di un edificio non sta nelle pietre che lo compongono, ma nella sua importanza simbolica e geografica. È emblematico il caso del santuario di Ise (il principale sito sacro dello shintoismo), abbattuto e ricostruito ogni vent’anni: come per gli altri templi, si tratta dell’unico modo per renderlo realmente eterno e indistruttibile; e grazie a questo processo, insieme al santuario si riescono a preservare le tecniche artigianali di costruzione e lavorazione del legno.

Gli effetti di questa tradizione istituzionalizzata sono molteplici, alcuni voluti, altri involontari. Tra i primi, lo sviluppo e la prosperità del settore edilizio e la proverbiale sicurezza sismica delle città. Tra i secondi, un impatto sicuramente positivo sulla creatività degli architetti (con un orizzonte di durata così limitato è possibile sperimentare soluzioni e idee con maggiore libertà), tanto che la scuola giapponese si è imposta come riferimento mondiale.

NA House, Tokyo | Sou Fujimoto Architects
NA House, Tokyo | Sou Fujimoto Architects

Al tempo stesso le ricadute sui meccanismi del mercato immobiliare sono state profonde: il valore di una casa è spesso più basso del terreno sul quale è costruita ed è quasi sempre più vantaggioso demolire e ricostruire piuttosto che sobbarcarsi le spese di ristrutturazione e messa a norma.

Ma questo meccanismo che sembrava immutabile oggi sta scricchiolando sotto il peso dell’invecchiamento della popolazione. Se è vero, come sostengono i demografi, che entro il 2040 un terzo degli abitanti sarà over 65, la domanda di nuove case non potrà che contrarsi. E poi c’è la crisi. Dopo decenni di recessione o stagnazione le nuove generazioni si ritrovano più povere dei loro genitori, e un po’ per necessità, un po’ per virtù, i giovani giapponesi stanno scoprendo il fascino di comprare una vecchia casa e risistemarla, mentre le grandi imprese
costruttrici come la Daiwa House, fiutato l’affare, si stanno buttando nel settore.

NA House, Tokyo | Sou Fujimoto Architects
NA House, Tokyo | Sou Fujimoto Architects

E dopo anni in cui i governi hanno contribuito a frammentare la famiglia allargata tradizionale spingendo i giovani a seguire il modello della famiglia nucleare da villetta a schiera americana, è ironico notare come oggi molte amministrazioni cittadine stiano contribuendo a ricostruire i vecchi tessuti sociali, incentivando le giovani coppie a ristrutturare la casa dei genitori e rimanere a vivere nello stesso quartiere: «Ma no, tesoro, non è vecchia, è “d’epoca”.»

Puoi leggere questa e altre storie sull’ultimo numero di The Passenger, dedicato al Giappone che trovi nel nostro shop, cliccando sulla foto qui sotto:

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