Spunte Blu | Una canzone per Robin di Heather O´Neill

Ogni mese Paola e Giorgia leggono un racconto e ne parlano: al telefono, in chat, con vocali whatsapp. Da qui nascono riflessioni e dibattiti. Attraverso il dialogo si suggeriscono nuove osservazioni sul modo in cui gli altri raccontano storie. Quello che segue è un testo uniforme delle loro notifiche letterarie.

Il racconto di questo mese è Una canzone per Robin.

L´autrice

Heather O´Neill è una scrittrice e poetessa canadese. Esordisce nel 2006 con Lullabies for little criminals, romanzo acclamato e pluripremiato che racconta la storia di Baby, una bambina che vive a Montreal con un padre eroinomane. Scrive per il Guardian, il New York Times Magazine e il Toronto Star. La sua ultima opera letteraria Daydreams of Angels è una raccolta di racconti edita nel 2015.

Il racconto

In Una canzone per Robin la protagonista, Theresa, proviene da una famiglia di ceto sociale basso. Non è una ragazza particolarmente brillante, né particolarmente volitiva, ma le piace cantare, anche in famiglia le dicono che ha una voce splendida. Un po’ per gioco, partecipa a un’audizione per un talent show. Lì, nonostante la performance grottesca, attira l’attenzione di un suo compagno di classe, Robin, che vedendo in lei del vero talento, la convince ad assumerlo come manager. I due intraprendono una relazione amorosa e una pseudo-carriera da musicisti. Da lì a poco si trovano a cantare alle feste di compleanno dei bambini o degli anziani nelle case di riposo, ma se per Theresa è solo un divertente passatempo, per Robin sembra essere una questione di vita o di morte. Anche lui proviene dai gradini più bassi della società: è il figlio negletto di una tossicodipendente e spera attraverso la musica di riscattarsi, ma invece finirà per seguire le orme della madre.

Cosí come ha fatto Heather O´Neill nell´incipit del suo racconto, sgombriamo subito ogni dubbio e diciamo che Una canzone per Robin è quella che Theresa canta al funerale di Robin, il  ragazzo con cui ha avuto una storia d’amore ai tempi della scuola. Ma oltre questo, Una canzone per Robin è anche la storia di Theresa e della sua famiglia, e del suo rapporto con la musica.

La voce narrante è quella della protagonista, un’adolescente della provincia canadese, che racconta fatti avvenuti due anni prima. Theresa e Robin vivono in un quartiere disagiato, abitato da famiglie white trash. Lo stesso padre di Theresa è un ex-carcerato che si guadagna da vivere facendo l’inserviente in una stazione ferroviaria, mentre la madre di Robin è una tossicodipendente che spesso se ne va di casa per poi ripresentarsi settimane dopo. Con l’incontro dei ragazzi si uniscono due contesti familiari e sociali diversamente complessi, ma mentre Theresa non sembra illudersi nemmeno per un attimo di cambiare in alcun modo il suo destino, Robin crede nel talento canoro della ragazza e scambia l’arte per un mezzo nobile con cui migliorare le sue prospettive di vita.

I due compagni di classe si parlano per la prima volta in occasione di un’audizione per un talent show, Theresa partecipa indossando un vestito assurdo insieme a un paio di scarpe di plastica e canta il jingle di una pubblicità di caramelle. Come si può immaginare l’esito è disastroso: mentre lei è in piedi di fronte alla giuria, gli altri ragazzi della scuola la deridono per tutti e trenta i secondi dell’esibizione. Robin invece, folgorato dalla sua bravura, va a presentarsi e insiste per diventare il suo manager. Theresa è scettica ma accetta e, nel giro di poco, con la complicità del tempo passato insieme a suonare, i due finiscono per avere una storia.

L’atteggiamento nei confronti della musica come strumento di emancipazione è agli opposti, ed è evidente sin da principio: Robin è entusiasta, mentre Theresa non si lascia prendere dall’euforia e mette subito in chiaro la sua posizione nei confronti delle doti canore: «La mia famiglia non sapeva cosa avrei potuto farmene della capacità di cantare le canzoni del succo d’arancia. Non avevano idea di come potesse fare una persona a raggiungere il successo nella vita, non era colpa loro, erano solo ignoranti. I loro genitori non gli avevano insegnato niente che potesse aiutarli a cavarsela, quindi non avevano niente da insegnare a me».

Per qualcun altro diverso da lei, l’arte sarebbe stata una buona occasione per fare il salto di classe, tuttavia Theresa osserva la realtà con uno sguardo che a tratti sembra completamente disilluso, come se ad appena diciassette anni avesse già deciso, con un pragmatismo quasi adulto, su cosa le convenga investire in sentimenti. D’altra parte però sembra che la ragazza si appoggi al parere degli altri per dare un valore a sé stessa. Non è mai lei a dire di essere brava o dotata, sono sempre Robin e la famiglia a definirla in questo modo.

La faccenda della musica per Theresa non ha alcun significato se non un aspetto ludico, per Robin invece ha una portata esistenziale. La ragazza è la sua unica opportunità di uscire dalla stanza lurida e solitaria in cui abita solo e abbandonato. È infatti lui a dire, durante la cena in cui Theresa lo presenta ai suoi genitori, che «Theresa ha ricevuto questo dono per dare voce alla gente di strada». In questo contesto, Robin è l´unico a riconoscere una funzione sociale nel  dono di Theresa: cantare per raccontare le storie delle persone disperate che non hanno voce. Persone esattamente come lui.

Nella visione romantica di Robin compare baluginante il concetto di arte come salvezza, che O’Neill abilmente decostruisce, facendo in modo che sia proprio lui l’antitesi alla stessa tesi che rappresenta. Robin sembra genuinamente convinto che Theresa sia il suo biglietto della lotteria, l’ultima possibilità per far cambiare rotta a una nave già promessa all’abisso. Si impegna per farcela, le fa da agente, organizza eventi, si ingegna per prendere in prestito un registratore e una pianola con cui suona le basi su cui Theresa canta. Le fa persino i cori, nonostante non sappia cantare. E il risultato è tragicomico. Non importa quanto impegno Robin ci metta, i due finiscono a suonare a concerti per bambini, o a feste dove gli anziani si estraggono la dentiera prima di mangiare le tartine. Lui, malgrado tutto, ci crede, lei invece a posteriori dirà: «tutte quelle serate passate a suonare con la nostra band sgangherata erano davvero divertenti, ma non le prendevo mai sul serio. Non mi piacciono le ambizioni troppo grandi. Sono come la droga».

Il riferimento alla droga non è casuale, poiché Robin con i soldi che riuscivano a tirare su dagli eventi, finiva per comprarsi, con una contraddittorietà del tutto umana, le dosi che avrebbero fatto naufragare il suo stesso sogno.

La situazione di svantaggio di Robin è complessa in altri modi rispetto a quella di Theresa, lei almeno ha una famiglia presente. E con acuta sensibilità O´Neill crea un personaggio coerente con questa situazione. Nonostante Theresa sospetti di non avere talento ed è consapevole di essersi messa nelle mani di un ragazzo con problemi di droga, mostra una fermezza di pensiero sorprendente per un’adolescente.

Theresa non sembra mai provare rancore, ma soprattutto non giudica né il compagno né la famiglia. Il suo atteggiamento posato e il modo di raccontare la storia raggiungono alle volte dei livelli d’imperturbabilità che confonde. Non c’è traccia di rabbia di classe, né di ribellione adolescenziale, non c’è risentimento verso istituzioni inefficienti, né una vera spinta vitale. Theresa sembra accettare tutto quello che le capita senza mettere in discussione nulla. L’unico slancio emotivo sembra provarlo nei confronti del padre, che la fa ridere e che si preoccupa di tenere unita la famiglia, di farla sentire amata. Ma tutto ciò resta solo accennato, sullo sfondo. Come un tocco di colore messo lì per evidenziare un’ulteriore differenza fra lei e Robin.

Non sappiamo cosa sente la protagonista nel profondo, come si pone rispetto al suo talento, all’amore adolescenziale con Robin, alla sua morte. Non abbiamo un vero accesso ai suoi pensieri, solo la sua versione dei fatti. A tratti sembra di essere di fronte a un’adolescente già cresciuta, e questo non ci stupisce. In un contesto come quello tratteggiato in Una canzone per Robin l’unico modo per sopravvivere è stare all’erta e non confondere un divertimento passeggero come la musica per una sorprendente possibilità di riscatto.

Chi sceglie di crederci è destinato a non restare a lungo.

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