Il Ritardatario | Veronica, i gaspi e Monsignore, Il Fiocco, Nel Bar

Veronica, i gaspi e Monsignore di Marcello Barlocco (Uscito esattamente dodici mesi fa) 

Nella notte succede l’indicibile. La realtà si mescola al sogno, e la nostra mente cambia di posto, sbarcando in un territorio totalmente differente da quello della veglia. La luce si piega alla volontà della circolo astronomico e così la nostra volontà si piega ad una forza superiore che mai abbiamo compreso appieno. E discendiamo, per la duplice via inconscia e meccanica, in uno stato onirico, dal cui punto di vista, per dirla come Sigmund Freud, la realtà è assurda allucinazione. Ed è la stessa cosa nelle righe di questo libro, le quali piegano il capo di una scrittura pragmatica per farle abbeverare ad una fonte gorgogliante di visioni sadiche ed ironiche assieme.

È la storia di un omino che per respingere le sirene della vita mondana, delirante, folle a cui la sua mente è particolarmente sensibile, “decide” di ritirarsi in un piccolo borgo, in un limbo, dove trascorrere una vita pacifica e senza scossoni, conducendo la locale farmacia. Tutto procede per il meglio, l’omino sviluppa una tale respingente atarassia che le sue paturnie e i suoi slanci mentali divengono marginali idiosincrasie, finché non arriva nel paesello, direttamente dall’Australia, la Signora. Un personaggio così sorprendente e nuovo che fa tremare i polsi al nostro, giacché il suo reame di bieca e grigia pace sembra messo al repentaglio. Tutto sembra sgretolarsi, la quiete si trasforma in ciangottante eccitazione e torna anche il vizio del bere, che produce nel nostro una nuova intransigente sublimazione verso il delirio e il collasso. Ed è allora che tutti i nodi verranno al pettine.  

Il libro è fenomenale in molteplici passi: l’avvio della storia, le prese di coscienze del protagonista sulla sua squallida vita, le vivide descrizioni della mediocrità paesana, il primo incontro con la Signora, la visita nella sua dimora, la scena della taverna con il ceffame del paese, la morte del rospo, il racconto del veterinario, l’aggressione a Rossana, le lettere del protagonista a Boris, la schietta confessione di Fabrizio, la storiella del matrimonio del medico condotto, la mostruosa visita al cimitero. E quello che rimane al di fuori di questo cerchio magico, è comunque materia fiammeggiante. 

Il testo, corposetto, si beve in un fiato ed è tutto merito della stravaganza della penna del suo autore, che chiamo stravagante perché vaga sul foglio con forza, rapidità, sapidità anormali. Un impareggiabile fondo di disperazione trasmuta ogni parola nel ghigno piegato dell’impiccato che guarda il mondo dall’alto del patibolo. Si ride e si sogghigna ad ogni trovata dell’autore e, noi lettori senza cuore ma pieni di sangue nelle vene, ci compiacciamo. 

L’autore lo pubblicò nel 1952, due anni dopo il suo esordio letterario. Rispuntò una nuova pubblicazione riveduta e corretta nel 1964, dove l’autore ritoccò e rimise a nuovo la sua prosa, che ha soppiantato la vecchia edizione che non è più andata in ristampa. Leggendo dal retro dell’edizione del 2005 del presente romanzo, all’epoca pubblicato da Greco&Greco: “La vita di questo autore è stata talmente segnata dall’improbabilità che è compatibile solo con la finzione della messa in scena”, e c’è poco da dire, è vero.

La vita di Marcello Barlocco, nato a Genova nel 1910, ricalca quella del protagonista del suo libro: anche lui è farmacista, anche lui è pieno di vita ma schiacciato irrimediabilmente dai parenti, che lo vogliono ben quieto nella sua apoteca, e dagli eventi, sfortunati e soverchianti. Dopo essersi presentato egregiamente nel 1950 alla ribalta nazionale con I Racconti del Babbuino, il nostro inciampa, infatti, in mille guai: nel 1958 viene trascinato malamente nel mondo del crimine, quando è accusato di essere complice di una banda di spacciatori internazionali. Lui si costituisce affermando di essere uno scrittore in cerca di ispirazione in quei malevoli angiporti genovesi, ma il suo aspetto pare non abbia convinto gli ispettori che lo portano a giudizio. Prende quattro anni e mezzo di galera e, a contatto con l’ambiente del carcere, perde il controllo e quindi viene tristemente trasferito nel manicomio criminale di Reggio Emilia. Lì denunciò fermamente le sue condizioni, immorali, indecenti, e, una volta fuori, parlò di riti satanici e altre strane contingenze. Nessuno lo stette mai a sentire. Muore nel 1969, nell’ombra. 

“Scrittore interessante” per Carmelo Bene, che interpretò alcuni suoi testi teatrali nel 1961, già indicato come maestro del “grottesco macabro”, molti lo collegano a Edgar Allan Poe. Chi si avventura nella lettura di Veronica, i gaspi e Monsignore troverà sì un Melville ossianico, votato alla notte e ai suoi rimestamenti, ma anche qualcosa di più. La sua penna, le sue immagini, le sue similitudini godono di uno stato di dilagante nevrosi e sono sempre annegate nell’acquitrino e nella fanga. Ci si avventura in questo libro come in un fosso che conduce ad un sotterraneo, ci si inzacchera fino al collo e poi le scarpe son da buttare, perché non è una lettura convenzionale, si rimugina per giorni e giorni su quello che si è letto, anzi che si è visto, che si è udito lì dentro, e se ne vuole ancora. 

In Barlocco, in questa sua scrittura minuziosa e mai affannata, c’è quindi qualcosa di inedito. È come un Giorgio Manganelli, ma meno confabulatorio; è come un Dino Campana, ma meno deflagrante. Gode di una virtù inedita nel panorama letterario italiano: il suo equilibrio coincide con il suo squilibrio, il suo stilema è la meraviglia nevrotica, ed è come se dal suo squilibrio, dalla sua malavita (non nel senso criminale) derivi un medicinale per la foga di questo vagabondo delle stelle, che ha sempre dovuto avere a che fare con le stalle più infami. 

Dopo una passeggero oblio, le indagini su di lui ormai si moltiplicano e di percorsi di lettura se ne trovano: necessario quindi recuperare Un negro voleva Iole,librino antologico che raccoglie racconti e quant’altro.

Se Veronica, i gaspi e Monsignore è un capolavoro, non è da meno la casa editrice Giometti & Antonello, assoluta garanzia. Segnatevi il nome e recuperato tutto il possibile, o creature della notte!

Veronica, i gaspi e Monsignore (Giometti & Antonello)

Il Fiocco di Bertrand Santini e Laurent Gaipillard (Ritardo: cinque mesi)

Nel 1611 erano ormai anni che Keplero bazzicava le vie di una Praga capitale magica e scientifica, immersa in un’epoca unica, quella del dominio dell’imperatore Rodolfo II. Il Sacro Romano Impero godeva di (relativa) salute e tutto il mondo ruotava attorno alla sua corte meravigliosa e raggiante (in quegli anni trasferita a Praga proprio per volere del Rodolfo). 

A Praga, Keplero ci era arrivato come aiutante di Tycho Brahe, astronomo e astrologo (all’epoca era così) dell’imperatore, grande osservatore dal naso d’oro (l’aveva perso in duello e sostituito con una protesi), che scrutava il cielo con quel nuovo “magico” strumento che era il telescopio. Un vero e proprio esploratore del cosmo, il nostro Tycho, e non da meno era Keplero, che, giovanissimo ,era già un matematico innovativo. Il team di ricercatori, come diremmo oggi, si formò nel 1600.

A dire il vero, se le capacità del team erano incredibili, non erano idilliaci i loro rapporti. Tycho era della vecchia guardia e non era copernicano al 100% come lo era Keplero, che aveva abbracciato le nuove teorie con grande energia. In ogni caso l’anno dopo Brahe muore e Keplero, anche se è l’ultimo arrivato (ed è miope), prende il suo posto come matematico, astronomo e astrologo della corte rudolfina. Negli anni seguenti, sotto l’ala protettrice dell’imperatore, tra una predizione astrologica e l’altra, poté sviluppare i suoi studi e fondare un nuovo metodo per le misurazioni delle orbite del pianeti (è tutto scritto dentro il suo Astronomia Nova) e rivoluzionare così il mondo dell’astronomia. 

Nel 1611, il grande scienziato, però, abbassa il suo sguardo dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo. Scrive un libello sulla forma e la figura del chicco di neve dal titolo Strena seu de nive sexangula (un “giochetto” che ebbe applicazioni disparate, come ad esempio lo studio della disposizione delle palle di cannone per il trasporto su nave) ed è proprio qui che comincia la storia raccontata da Bertrand Santini e raffigurata – è il termine giusto – da Laurent Gapaillard.

I due, che ebbero già a divertirsi assieme con Lo Yark, gioiellino della letteratura per l’infanzia e non solo, prendono il Keplero della corte rudolfina e lo gettano tra le nevi di una capitale, che è un po’ Praga, un po’ Vienna. È il giorno di capodanno e il sovrano appronta una grande cerimonia in una cattedrale che svetta tra le piccole case della città. Al suo interno grandi capoccioni vestiti di nero con tanto di gorgiera intrattengono il sovrano con doni meravigliosi. Tra questi ovviamente il posto d’onore tocca al telescopio, che all’epoca era come internet, una chiave per capire il mondo e allo stesso tempo un oggetto che non poteva mai deludere le richieste più astruse – addirittura puntandolo al cielo si temeva di arrivare a scrutare il volto di Dio. 

Eppure Keplero, che arriva in ritardo e pieno di neve, minuto ed un po’ scapestrato, fa tremare gli spalti del luogo sacro affermando che ha lui il dono più meraviglioso per il grande re. “E cosa sarebbe questa meraviglia?”, fa questi. E Keplero stende la mano e mostra un chicco di neve. Ovviamente grandi sono le risate dalla platea di sapientoni, ma Keplero insiste. Dice di usare il telescopio per scandagliare non tante stelle e comete, ma per guardare lì dentro, in quel nonnulla. 

Lì c’è un mondo sconosciuto che a noi umani non è accessibile. Il re non se lo fa dire due volte e subito si tuffa in quella nuova visione. Dentro quel nonnulla c’è davvero ogni cosa, l’intero creato che nuota protetto in sfere di acqua, in una danza ripetuta e frattale. È un mondo che non è stato creato per l’occhio umano, è un mondo che si scioglie e che calpestiamo sotto i nostri stivali al mattino. Com’è possibile che esista una cosa del genere? Dio è forse ammattito? Rodolfo barcolla, la folla chiede cosa abbia visto sua maestà. Il re risponde che ha capito “che la Terra non è al centro dell’Universo e che l’Uomo non è al centro della Creazione.” L’uomo non è più padrone a casa propria, e pure il re, sotto sotto, non è differente da un plebeo qualsiasi. 

È un’eresia! E di fatti subito ci si adopera per sciogliere quell’opera del demonio, quel maledetto fiocco di neve cola e muore, mentre ognuno degli studiosi presenti rincuora il sovrano: “Come può quel chicco confutare la Superiorità umana?”. E come se qualcuno volesse confutare a sua volta la teoria di quei debosciati, ecco che, per un tragico accidente, da quella cattedrale solo Keplero, alla fine, uscirà vivo. 

Keplero rimarrà a Praga fino al 1612, per trasferirsi a Linz. Il vaiolo nel 1611 gli aveva portato via moglie e figli. Rodolfo II, deposto dal fratello Mattia Iproprio quello stesso 1611, morirà l’anno dopo. Keplero senza più niente, senza più nessuno, abbandonerà la città qualche giorno dopo la sepoltura del suo protettore.

Una menzione speciale a L’Ippocampo che ha voluto portare Il Fiocco sul mercato italiano. In questa falsa fiaba quasi vera, Keplero è il protagonista come se fosse una volpe o un rospo di memoria esopiana. Santini e Gapaillard offrono un’oscura sintesi all’arroganza dell’essere umano. Se il testo è eccelso – sarebbe bello poter godere dell’originale – una menzione speciale vanno alle tavole di Gapaillard, minuzioso creatore, sanno di Dürer, di Dorè, di Goya, e rendono il respiro del racconto ancora più ampio; sono armoniose, ricchissime ed evocano quei sogni, di cui ci si ricorda tutto, ma solo per pochi secondi, dopo il risveglio.

Il Fiocco (L’Ippocampo)

Nel Bar di Carlos Sampayo e Jose Muñoz (Ritardo contenuto: 9 mesi)

La storia di Nel Bar è la storia di Alack Sinner, l’ultimo personaggio della storia del fumetto classico ideato da Jose Muñoz (disegni) e Carlos Sampayo (testi) nel lontano 1974. Ex piedipiatti, Alack si muove come un ragno nella tela della città immensa e cannibale. Fa l’investigatore privato, e come tutti gli investigatori privati ha la calamita per le storie losche. L’unico luogo di pace è il suo bar, il bar di Joe, dove beve tutta la sua malinconia in piccoli calici. La sua faccia si scioglie, diventa quella deformata del sudario, a quel bancone. 

Dall’altra parte c’è il proprietario del bar, proprio lui, Joe. E in questa raccolta di storie spin off è proprio il microcosmo del bar di Joe ad essere protagonista. Una città più piccola dentro la città più grande. Personaggi e la narrazioni delle loro vicende satellitano attorno al buon Joe, caposaldo di tutta una ciurma di mosche da bar, ancora più iconico del cupo investigatore.

Se trascrivere le atmosfere di un bar è opera in cui tantissimi scrittori si sono lanciati, sono un po’ meno quelli che hanno superato la prova positivamente. Munoz e Sampayo primeggiano a man bassa. Anzi, grazie ai bisturi di Muñoz, l’impresa supera se stessa e ci catapulta letteralmente dentro il bar, il pub, l’osteria, il refugium peccatorum, ci sbatte sui tavolini, senza troppe gentilezze. La febbre che coglie certe taverne pubbliche viene riprodotta senza romantiche didascalie, anzi gioca con i suoi stereotipi e li esaspera – cogliendoci in pieno. Senti il fracasso, l’odore di birre e di bave, vedi gli sguardi rapaci, le ghigne sedimentate di alcol, il pavimento e le rifiniture diventano familiari proprio come entrassi in quel buco di bar ogni giorno, alla stessa ora, la sera dopo il lavoro o al mattino per avere un posto dove vedere gente, ché altrimenti, la tua vita sarebbe solo un vuoto monologo davanti al frigo del cucinino. 

Se il duo di autori non vale la pena di presentarlo tanto è totemico, vale bene la pena di analizzare ogni tavola di questo omnibus. Grazie al formato museale fornito da Oblomov si riesce a navigare perfettamente nei nerissimi di Muñoz e fare il perimetro di volti, vicoli, bicchieri piegati sotto il giogo della metropoli. I bianchi non sono la salvezza, sono anzi illusorie isole di cui non c’è da fidarsi, perché valgono solo come pause dal nero. E se Joe ha il labbro piegato all’ingiù come una maschera della tragedia greca e se i giochi di luce lo tramutano in un pierrot dolentissimo, le altre facce di questo libro hanno la vitalità perduta dell’agonia, dell’ultimo schizzo di vita. Facce peste dalla sconforto, dalla miseria umana, facce mangiate vive dalla morte. Facce che navigano dentro incubi fumosi degni di un Eraserhead. Vere e finte assieme, vive e morte, benedette e maledette allo stesso tempo. Facce straordinarie, ma di tutti i giorni.

Come un funambolo, un pennino tremante, che gode della propria miseria, disegna un’ambiente, che è un termitaio di esemplari dissimili della stessa specie, in un gorgoglio di lingue, di suoni, di balloon ai margini, di dialoghi captati a caso. Ronzano le mosche al bancone, e a volte tra i vari ronzii cogliamo il filo della storia, ma a malapena e con difficoltà. Muñoz  e Sampayo ce la fanno sudare. Poi quando la ripuliamo, non la ritroviamo immacolata davanti agli occhi, ma sempre contaminata dal catrame della notte, dal gorgo del bar. E oltre alle storie del bar di Joe, in questa raccolta, spuntano anche altri bar, bar ostili, violenti, codardi: come se il bar fosse la chiave per tutte le miserie umane, un rozzo e inelegante gaspard de la nuit, ma più adatto agli amari tempi che viviamo.

Vicende che battono velenose sulle ferite aperte, che ora riflettono le condizioni di esuli senza patria dei due autori (Pepe l’architetto), ora omaggiano la terra che li ospita (Onda su Onda). Tutto si muove tra radioline accese, assoli di jazz che fanno roteare gli occhi e punk imbronciati come il primo Nick Cave. Lo sfondo si fonde con la storia, la storia fa da sfondo ai febbricitanti marginalia.

Nel bar è un’operazione raffinatissima di affiancamento al mitico Alack Sinner, giacché per ogni investigatore privato c’è sempre un bar che l’attende a notte alta, ma è soprattutto l’esegesi dell’habitat, dell’humus che è l’essenza di quella saga arcinota. Ed è anche un terreno di liberazione e sperimentazione per il duo argentino. Tra queste pagine sono estremizzate le sperimentazioni accennate nella serie maestra, che era già un luogo di fuga dagli stilemi del fumetto come lo si immaginava in Argentina negli anni settanta – a questo proposito, è molto “crudo” l’aneddoto raccontato nell’intervista in appendice, in cui Muñoz descrive il metodo di lavoro della casa editrice argentina Columba, fatto di buche dove era possibile inserire solo tavole di un tassativo formato unico.

Vecchi, sbandati, puttane, tossici, rosiconi, sicari. Promesse, tradimenti, paure, rimpianti. Gli elementi di queste storie, magre e grasse, che bruciano costantemente sull’altare dei mortalità, sono i “soliti”, ma vengono intrecciate in maniera insostituibile, da grande classico del fumetto, tutto da riscoprire.  

Nel bar (Oblomov Edizioni)

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