Il Ritardatario | Senza cuore. Amore famiglia e altre prigioni, Il Cavaliere del Secchio, 47 poesie facili ed una difficile

Senza cuore – Amore famiglia e altre prigioni, di Nina Bunjevac (ritardo: il libro è uscito un anno fa, nell’aprile del 2020)

Zorka è una Betty Boop lacerata e disperata, con gli occhi gonfi di lacrime e selvaggi. È un po’ Felix the Cat e un po’ Fritz il Gatto, ma più complicata. È disperata, passionale, innamorata dell’amore e sempre e comunque del tipo sbagliato. Anche adesso fa il filo a Chip, che è lo spogliarellista al Fantasy Exotica Club. – Sei senza cuore, non mi stupisce che tu sia ancora single. È questo che gli dice la sorella al telefono. È questo quello che non va nella sua vita, il fatto che sia ancora single, il fatto che non abbia il cuore. Ed invece quel cuore lei lo sente che pulsa, trema e grida. Gli spinge il sangue nella sua testa, nelle sue ricche mammelle, nel suo disperato corpo che vuole solo pace e braccia che lo stringono. Quel cuore che la tormenta fino alla scelta estrema di rimuovere il frutto dell’amore fugace con Chip, consumato al cesso, raschiandolo via dal proprio corpo. Un gesto di resa, ma che serve a ricominciare. Magari con quel tizio che lavora all’officina di Milan, il fidanzato di sua sorella. Se è ancora libero.  

Zorka in Italia è apparsa nel lontano 2010 sul numero 10 di Black, la rivista di fumetti di Coconino Press, ai tempi del patron Igort. Su quel numero c’era una bella antologia di nomi dell’est Europa (c’era pure un allora sconosciuto Igor Hofbauer e la già affermata Lucie Lomova) e Nina era soltanto uno dei tanti. Oggi sappiamo bene che chi avesse scommesso su quel cavallo avrebbe stravinto tutto: Zorka è il primo personaggio forte che fotografa l’inizio di una carriera che sarà intrisa di crudi e impietosi capolavori quali Fatherland e Bezimena.

Titolo ironico, forse subdolo: se qualcosa non manca a questo libro è proprio il cuore. E ce n’è tanto, a fiotti direi. Senza cuore è una raccolta di storie brevi e brevissime e non solo il racconto delle vicende della fassbinderiana Zorka Petrovic. Tra le pagine troviamo altre donne che sbagliano, ma lo fanno con il cuore sguainato come una spada. Fanciulle che non sono (e non vogliono essere) ancelle, ma cercano il loro posto in un mondo vuoto e senza senso. La maturità di questi personaggi, corrisponde con l’affrancamento della loro fragilità, che spesso è la vera ed unica forza che hanno. Un’affrancamento che porta in un mondo senza speranza, dove piegare il capo all’impotenza è la condanna comune. La Bunjevac tratteggia così personaggi naufragati e indimenticabili degni non solo di una dropsie avenue di Will Eisner, ma anche della pagine di Charles Bukowski o di Jack Kerouac

I fumetti di Nina Bunjevac mi piacciono per un motivo ben preciso: sono fumetti che non potrei leggere da nessun’altra parte, i fumetti della Bunjevac sono fumetti che solo la Bunjevac sa fare. E questo basta, a parer mio, per posizionarla in alto nella classifica dei fumettisti contemporanei. Un’altra cosa che mi piace dei fumetti della Bunjevac, a ben guardare collegata a quello che ho scritto prima, è l’assoluta anarchia delle sue visioni, che a tratti diventa una poetica che sfiora l’allucinazione. Attraversano le sue storie luci e ombre, ma anche scabrose distorsioni, associazioni spirituali, visioni che si muovono nella vena di un misticismo pagano e furente che confluisce nelle sue storie reali con un fare quasi magico, stregonesco. È figlia di un calderone che bolle la Bunjevac, e quel tumulto, quel ribollimento ci arriva dritto dritto in faccia, senza troppi complimenti. 

Non ha mai nascosto il suo abisso personale, la Bunjevac: in Fatherland abbiamo seguito le drammatiche fasi che hanno portato la fuga dal Canada della madre per allontanarsi dal marito, un pericoloso terrorista serbo e in Bezimena, le inquiete note degli abusi sessuali subiti da ragazza, quando l’autrice ha fatto ritorno in Serbia, negli anni novanta. In Senza Cuore sembra dirci che il dramma, o forse il destino, di ogni famiglia è che i frutti devono cadere lontano dall’albero per crescere bene e, forse, felici. 

L’abisso della Bunjevac è accogliente, curato, vestito da sera, elegantemente avvolto da un tratteggio nero, che a volte procede fino alla saturazione della pagina, altre volte s’attenua fino a lasciare spazio ad un bianco accecante. Purezza e inquietudine si rincorrono così ad ogni vignetta, in ogni forma, nel volto di ogni singolo personaggio, e questo è già il segreto della “scrittura visiva” della Bunjevac: i suoi personaggi sono vivi e pulsanti, guizzanti di realismo stordente anche quando rasentano il più spinto sottovuoto grottesco, proprio perché sono composti di luci ed ombre, purezza e tenebre, come ogni essere umano, che non è né buono né cattivo. È solo squallidamente e spietatamente sé stesso, in ogni attimo della sua vita. 

Senza cuore di Nina Bunjevac (Rizzoli Lizard)

Il Cavaliere del Secchio, di Franz Kafka, illustrazioni di Anais Tonelli (ritardo: 4 mesi)

È una fiaba enigmatica, come molte dello scrittore ceco. Il protagonista è fragile e solo, raggelato da un inverno polare, in un mare di gelo e neve. La sua unica salvezza è la stufa che però è priva del focolare. Manca del tutto il carbone. E pure i mezzi per acquistarlo. Col gelo, però, non si può discutere e allora il poveraccio decide che andrà a mendicare qualcosa dal carbonaio. Prende il secchio, che è la cosa più vuota del mondo in quel momento e succede qualcosa: il secchio è così vuoto, così lieve, che veleggia in aria, come una mongolfiera leggera, e il disperato può farne bizzarra cavalcatura, diventando Cavaliere del Secchio. Scoperte le lievi meraviglie di un mondo magico, distante miglia e miglia da quella sua vita devastante che brucia nel gelo e nella solitudine, forte di questa ventura, egli galleggia, nella cupa aria del crepuscolo, fino all’uscio della bottega del carbonaio per chiedere, anzi implorare, il suo carbone. Una palata del carbone più spurio e lercio, di scarto, che promette pagherà “ma non ora, non ora” – e in questa reiterazione rintocca tutta la disperazione della condizione umana. Si potrà pur chiedere un po’ di carbone da pagare a debito in questo mondo abbietto?

Il carbonaio nella sua bottega, pare udire la flebile richiesta, e fa per alzarsi e servire quel cliente sottile, che è più spettro che uomo oramai, ma sua moglie l’anticipa. È una donna pratica, il carbonaio invece si vede subito che è un cuore tenero, buono per tagliare legna e portare sacchi della nera materia, ma poco addetto agli affari. La donna mette il naso fuori. Non ode voce, non vede nessuno, dice, eppure, scaccia la mera visione del fluttuante Cavaliere del Secchio, un po’ come se fosse uno spirito del malaugurio, un po’ come se fosse un cliente davvero fastidioso, che vuole solo scroccare un po’ di carbone. Un colpo del suo grembiule fa balzare via il Secchio, leggero come una nuvola, e il Cavaliere che gli sta a cavalcioni sbraita contro la megera che, davvero, poco se ne cala della sua rabbia. Non ci sono alternative, è tempo di chiudere bottega. Il destino del “nobile” Cavaliere è ineluttabile, egli si perderà sui Monti Ghiacciati, sfumando la sua persona nell’imponderabile punizione del gelo senza fine.

Franz Kafka scrive questo testo in prima persona. Lo fa nel 1917, quando l’Europa è sfiancata da anni di primo conflitto mondiale. Kafka vorrebbe proporsi come volontario, ma intervengono i suoi “padroni” all’agenzia di assicurazioni dove è impiegato, i quali frustrano i suoi intenti patriottici e gli impediscono la partenza per il fronte. Come dice giustamente Martino Negri nella postfazione di questo libretto delizioso e assassino, ogni rigo scritto da Kafka nasconde qualcos’altro. E forse anche ogni episodio della sua vita: quel desiderio patriottico è forse solo un modo per affermare se stesso nel mondo. Ironicamente, in quel 1917 gli viene anche diagnosticata la tubercolosi, malattia all’epoca degenerativa, che gli permette tra l’altro di andare in pensione anticipata ad un’età verdissima, ed inizia così un tormentoso tragitto che lo porterà alla morte nel 1924.

Il racconto non è breve, direi più che è denso e la traduzione della blasonata Anita Raja lo rende sussurrante e disperato, ma senza perdere la levità, come se l’essenza del Cavaliere del Secchio pervadesse ogni parola, ogni virgola del testo. È un perfetto ricettario per tirarne fuori un preziosissimo gioiello: uno degli incipit migliori del genio kafkiano e in generale della letteratura del Novecento – personalmente lo preferisco anche a quello leggendario de La Metamorfosi; un’ambientazione allucinata (un paese rotto dal gelo e dalla guerra); un paio di personaggi di contorno l’uno opposto all’altro: il carbonaio (bonario) e la moglie del carbonaio (sadica); un oggetto magico ed un miracolo fiabesco (il secchio che anela il carbone e che poi galleggia); un finale che è un machete gelato che taglia il fiato. 

A fiaba enigmatica, illustrazioni enigmatiche. L’interpretazione di Anais Tonelli, che riflette questo ricettario, è magistrale. Poche le illustrazioni che intercalano il testo, il libro gode di un apparato visivo più che di un commento passo passo per immagini. In coda al volume appare quella che a prima vista sembra una sorta di palestra, di riscaldamento dell’illustratrice, diviso in puntuali capitoli che rendono ogni elemento protagonista: il Secchio, il Cavaliere, la Città, la Strada, il Carbonaio, la Moglie del Carbonaio, la Casa del Carbonaio, i Monti Ghiacciati tutti declinati in decine di interpretazioni sovrapponibili o meno, che costruiscono ognuno una via, un modo, un commento alla medesima vicenda che evidenzia il lavoro profondissimo di cura e ricerca dell’illustratrice la cui mente è andata oltre le scarne parole dell’autore. 

E a proposito di Kafka, la Tonelli dedica anche all’autore un breve carosello di immagini, nel quale Franz appare prima bambino e poi uomo maturo: qualcosa in quest’uomo sembra guardare lontano, come se davvero, attraversando se stesso con lo stiletto della penna sia riuscito a colpire al cuore ogni essere umano della sua e delle future generazioni. C’è anche una figura che si regge poggiandosi alla sedia, una figura quasi senza volto, tratteggiata, come tutte le altre, di un blu glaciale, che fa crepitare le ossa di chi lo osserva. Quella figura insicura, che sembra malata, non è Kafka, è un quasi Kafka, un quasi Cavaliere del Secchio, un quasi Essere Umano. Io penso sia lo spirito dello scrittore, nell’aldilà, costantemente condannato a reggersi ad una sedia, in quella stanza spoglia che si intravede, per non cadere a terra. È l’enigma più raggelante di tutto questo libro, che, come tanti capolavori, sembra un libro per bambini, ma non lo è affatto. Se un enigma vale le trame di cento romanzi, dato che la sua interpretazione varia a seconda dei tempi e dei contesti, questo libretto sopravviverà ai tempi e ai contesti e sarà visto ogni volta come un differente, ma sempre unico, piccolo fiocco di neve.

Il Cavaliere del Secchio di Franz Kafka (Topipittori)

47 poesie facili ed una difficile, di Velimir Chlébnikov, a cura di Paolo Nori (ritardo: la prima edizione è del 2009, ma il libro continua ad essere ristampato)

Rubo subito parole. Parole a Paolo Nori per la precisione, che appunta nella postfazione a questo scaltro libretto, luminoso come una fontanella che sgorga e affilato come la mannaia del boia, che le poesie di Chlébnikov sono sempre state tacciate di essere difficili, ma che poi in realtà, se uno va a leggere, sono proprio facili facili e arrivano scivolando veloci fino al cuore. Io gli dò ragione. Non si può dire che è illeggibile una rada elegia come “Poco mi serve / Una crosta di pane, / Un ditale di latte, / e questo cielo / e queste nuvole.” Si leggono cose più brevi e ben più complicate ed insulse 

Velimir Chlébnikov per tutta la sua (breve) vita studiò due cose: il Tempo e la Parola. Due elementi le cui sinergie potevano essere messe a nudo solo tramite il mezzo della Poesia, una poesia che egli votò al Futuro. 

Chlébnikov nasce nell’oblast’ di Astrachan, nel 1885. Fa una vita feconda, fatta di peregrinazioni e, alla fine dei suoi giorni, di stenti. Una vita da poeta, che trascende l’essere. Con l’aria del maestro, del matematico, dell’aedo, ma non del mistico, muore, di fame, di malattia, di povertà, nel 1922, nel villaggio di Santalovo, nel governorato di Novgorod, in una catapecchia che condivideva con il pittore/seguace Petr Mituric, il quale poi, colmo di rimpianti, sposerà la sorella del poeta.

Se ci si mette sulle tracce di Chlébnikov non si può non incappare nella poesia zaum, o poesia trans-mentale, una forma di composizione che libera lo spirito del poeta dai lacci e lacciuoli della lingua e farla diventare universale nel tempo e nello spazio; non si può non incappare nel suo discepolo illustre Vladimir Majakovskij, che lo reputava un poeta per poeti; non si può non incappare nella favolosa figura di Angelo Maria Ripellino, slavista geniale, che tradusse ed importò le opere di questo genio proto sovietico oltre la cortina di ferro per farle scoprire al pubblico italiano nel favoloso volume di Einaudi del 1989 Velimir Chlébnikov – Poesie, un libro che conviene recuperare sulle bancarelle nel caso dovesse cadervi sotto gli occhi: si tratta della chiave per penetrare questo fenomenale rivoluzionario a cui non mancava visionarietà e leggerezza.

Era un profeta. Inventò un metodo matematico, basato sulla successione numerica del 2 e del 3, per prevedere gli eventi, un metodo che funzionava davvero. Ad esempio, nel 1910 prevedette lo scoppio della prima guerra mondiale nel 1914 e addirittura l’ascesa dei soviet nel 1917.

È un dato di fatto, di Chlébnikov non ci si può che innamorare. Tutti lo amavano e tutti lo ammiravano, era inarrivabile eppure vicinissimo, tangibile, di strada, appunto. E di un appassionato amore vive la poesia qui servita, una poesia che era – ed è – grande come tutto il mondo slavo in cui si dibatteva e di cui Chlébnikov ha ricostruito più volte le parole, rielaborando concetti e precisando nozioni, inventando neologismi con la naturalezza della nube che fa scendere la pioggia sul campo. La sua stramba vita meriterebbe un libro intero – che infatti esiste ed è Pancetta scritto proprio da Paolo Nori. 

Confesso che, forse ingenuamente, a me, quando leggo le poesie di Velimir Chlébnikov mi sovvengono un sacco di nomi, che l’hanno seguito, ma anche che l’hanno preceduto: Lewis Carrol, Edward Lear, ad esempio, e pure Ernesto Ragazzoni, Giorgio Caproni, Edoardo Sanguineti, ma anche Piero Ciampi

Questa raccolta di 47 + 1 poesie (che fa 48, un numero che piaceva molto al nostro) serviva e serve ancora. Nonostante la di cui sopra grande opera di analisi e comparazione predisposta da Angelo Maria Ripellino, mancava proprio un libercolo così cordiale, da tenere in tutti i sensi sul cuore. Quodlibet, casa editrice intraprendente come poche, ha permesso questo semplice, umilissimo, miracoloso accordo tra Velimir Chlébnikov, morto nel 1922, e il troppe volte distratto, svagato lettore contemporaneo, nel nome dell’eterna scoperta di questo autore eterno, facendo vincere così la cosa più importante, ovvero la Poesia.

47 poesie facili ed una difficile di Velimir Chlébinkov, a cura di Paolo Nori (Quodlibet)

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