Il Ritardatario | Il Giro del Giorno in 80 Mondi, Il Bambino Tutto Solo, La Cucina della Notte

Il Giro del Giorno in 80 Mondi di Julio Cortázar ((la mia copia è del 2006, ma Sur ha tirato fuori una nuova edizione nel 2017) 

In questo libro l’autore (Julio Cortázar) ci parla: di cronopios e famas (e come non potrebbe?); di boxe, ma come dio comanda (cominciamo col dire che Cassius Clay è un impiastro); di un sistema che un architetto ha inventato per leggere Rayeula, il famoso libro disordinatissimo e assieme compostissimo di Cortazar (c’entra una comoda chaise longue); di “Dire poco con tanto” (che dovrebbe essere il terrore di ogni buon scrittore); dell’I-Ching; di Borges, di Artaud, di Michaux, di Jarry (e sono solo quelli che ho trovato aprendo il libro quattro volte a caso); di scrittura (è davvero l’unico libro che consiglierei senza remora al temerario che volesse scrivere un romanzo); del termine “piantado” (che vuol dire svitato, e per capirlo a pieno non serve essere psichiatri, ma avere un buon senso dell’umorismo); di (appunto) senso dell’umorismo (righe preziosissime); della terribile malinconia del fare le valigie. E poi: di una mano che gli faceva visita durante la pubertà (era proprio una mano senza braccio, entrava dalla finestra come un uccellino); del testo della legge che impone di raccogliere le foglie secche (anche se nessuno se lo ricorda); di (naturalmente) Thelonious Monk, Lester Young e Luis Armstrong (grandissimo cronopio!); come nessuno vorrebbe essere qualcun altro, ma come non valga la pena di sottrarsi alla meraviglia di immaginare di esserlo. 

E in questo libro si scopre: la formula magica per far ballare una ragazza in camicia (c’entra la verbena); i primi passi maori verso la creazione del Mondo (ci sono almeno 9 tipi di vuoto prima di avvistare qualcosa); la passione di Jack lo Squartatore  per la poesia; quanto essere idioti ti isoli completamente dagli altri (ma non è una sensazione così brutta); quale parola volesse che venisse cancellata dal vocabolario Man Ray (per rendere tutto più semplice tra le persone, e la parola è “serio”); la differenza tra prova e take; cosa importava veramente a Vincent Van Gogh. E, non ultimo, si scopre: il nome del gatto di Julio Cortázar (non ve lo dico!); come scrivono le galline (è davvero magnifico il modo in cui scrivono le galline); di chi è la frase: “come se un uomo, naturalmente senza saperlo, nel premere un interruttore della sua stanza inaugurasse una cascata nell’Ontario” (è di Josè Lezama Lima); quanto piace Lezama Lima a Cortázar e soprattutto chi è Lezama Lima; qual è la promessa fatta a pagina 161.

Paesaggio sottomarino dell’isola Crespo. Jules Verne, Ventimila leghe sotto i mari (p. 175)
©️ Eredi di Julio Cortázar, 1967
Interno del proiettile. Jules Verne, Dalla terra alla luna (p. 151)
©️ Eredi di Julio Cortázar, 1967
Julio Silva (1930), pittore e scultore argentino, vive a Parigi dal 1955. Ha curato l’impianto grafico originale di questo libro.

Il brivido dell’almanacco dada e dello zibaldone argentino, un brivido non esecrabile, anzi meraviglioso, nel senso che con la forza delle sue chiacchiere, Julio Cortázar, l’argentino di Parigi o il parigino di Buenos Aires, da una parte ci regala un cabinet di preziosità composto di spunti, riflessioni, illuminazioni sul nostro essere al mondo (che è somma di come dove quando e perché, dando per scontato il chi – se qualcuno sa chi è o cos’è), e dall’altra ci guarnisce una torta multistrato (di quelle che commuovono gli epistemofili al loro compleanno), dove è davvero un piacere sprofondare la faccia. 

Super traduzione di Eleonora Mogavero. Se volete dannarvi l’anima a scriverne uno, leggete questo libro! (L’ho già detto? Mi pare di sì).

Il giro del giorno in 80 mondi di Julio Cortázar, Sur Edizioni

Il Bambino Tutto Solo di Roland Topor (pubblicato 23 mesi fa)

Vanvere Edizioni fa un gran servizio all’umanità e ridà alle stampe questo Un bambino tutto solo, uscito originariamente cinquant’anni fa per la mitica Milano Libri, casa editrice che non esito a definire rivoluzionaria per l’intero panorama della controcultura italiana (Giovanni Gandini e la moglie Anna Maria Gregoretti, tra le tante cose, s’inventarono una certa rivista di fumetti a nome Linus). Ed è proprio nel bacino di quella contro cultura così energica che Topor trovò la via per sbarcare in Italia.

Il Bambino Tutto Solo di Roland Topor, Vànvere Edizioni
Il Bambino Tutto Solo di Roland Topor, Vànvere Edizioni

Come definire Roland Topor? Un frullato tra il marchese De Sade e Altan? L’incrocio tra Hieronymus Bosch e un sacchetto di  biglie colorate? Uno scontro frontale tra Dio e il Diavolo? Forse ci siamo vicini. Provo allora a fare un riassunto della sua sconfinata produzione in tre punti: 1) il folle libro L’Inquilino Stregato, da cui nel 1963 Roman Polanski farà il film L’inquilino del terzo piano; 2) il film d’animazione Il Pianeta Selvaggio, ideato assieme a René Laloux, che arriverà a vincerà il Gran Prix a Cannes; 3) una corpus di disegni, illustrazioni, storie, vignette, capricci così acuti e a briglia sciolta da far impallidire gli ospiti di tutti i manicomi del pianeta. 

La fiaba contenuta nel libro è presto detta: un Bambino vive in un bosco dentro un albero, ogni giorno un corvo lo nutre con un paniere carico di cibo. Il Bambino trova una penna e diventa un indiano, la sua identità si complica e quasi si scinde decidendo di darsi un nome, anzi due nomi Miro e Rimo. Il bambino tutto solo scompare, fagocitato dai Due bambini che sono lo stesso bambino, un Giano Bifronte, osservatore e custode della soglia, di quello che non è nient’altro che un passaggio di scoperta di sé. Miro e Rimo diventano migliori amici e arrivano a dividersi il cibo, i vestiti e pure l’albero in cui abitare. Un giorno arriva una principessa bambina ed allora apriti cielo! Miro e Rimo si azzuffano per far vedere chi tra di loro è il migliore, ma danno uno spettacolo talmente selvatico, incivile e confuso che la bambina scappa su di un albero e rifiuta l’accoglienza di quell’insolito doppio bambino. Come andrà a finire?

Come un bambino alle elementari, Topor disegna la sua storia con una serie di penne colorate – caso unico, dato che generalmente predilige acquerelli e china – e tratteggiando basicamente. Orizzontale, verticale e diagonale, una linea sopra l’altra per chiaroscurare forme grezze e semplici, ora psicoanalitiche, come scarabocchi, ora arcane, come tarocchi. 

Topor fa lo sgambetto all’adulto per lasciare il campo al bambino. Il Bambino Tutto Solo è lui stesso; amico e nemico, compare e rivale, strangolatore e strangolato. Topor è un’artista che opera seconde gli assurdi, oscuri, euforici canoni che sono quelli dell’innocente, ma al servizio di una mente sediziosa ed adulta. La sua opera, intagliata nella panica violenza dell’infanzia, per quanto assurda, oscura ed euforica si rigira nel nido del nostro cuore, comoda come un cormorano nel nido. Il bambino tutto solo apparentemente si discosta dalla vena sulfurea del favoloso Roland, ma in realtà è figlio di questi medesimi alambicchi. 

Alla fine il bambino diventerà adulto, e il fatto stesso di essere cresciuto gli porterà il premio tanto ambito. Un sogno per chiunque, in cui basta diventare grandi, attendendo, per veder realizzati i propri desideri, una fiaba vera e propria, anche se dalle unghie ben affilate. 

Il bambino tutto solo di Roland Topor, Vanvere Edizioni

La Cucina della Notte di Maurice Sendak (pubblicato 12 mesi fa, circa)

Se la mente è un forno, un sogno è il più delle volte una bella torta. Uno strambo sogno è al centro de La cucina della notte dell’arcinoto Maurice Sendak, che prepara con ingredienti della sua infanzia e del suo mondo personale una curiosa ciambella.

Mickey si sveglia di notte per un non preciso trambusto, finisce in un regno di fantasia, una specie di città-cucina, e lì incontra tre Pastai, che senza pensarci due volte lo invischiano in un impasto per i biscotti e procedono ad infornarlo per cuocerlo a dovere.

Pare che l’idea per questo breve e inconsueto racconto per bambini sia venuta al suo autore rimasticando lo slogan di un fornaio che suonava così: “Cuciniamo mentre dormi”, e che l’immagine di qualcuno che si mettesse all’opera su torte e dolciumi mentre i pargoli dormono, gli avesse fatto scattare la riflessione che i più piccoli, per ghiribizzo degli adulti, non possono mai assistere a qualcosa di divertente. 

Che si possa giocare sottilmente con il sogno di un bambino è faccenda risaputa, basta riprendere in mano le tavole di più di 100 anni fa del Little Nemo di Winsor McCoy.Ed è proprio da qui che inizia la vicenda del piccolo protagonista, da una situazione alla Little Nemo: vediamo di fatto come dal suo letto, il piccolo Mickey, scivola in un mondo parallelo, che sta oltre il confine del reale, un luogo dove la mamma e il papà (il volume è dedicato a Sadie e Philip, i genitori di Sendak) stanno sempre addormentati.

Il debito con i fumetti non si limita all’omaggio a Winsor McCoy, ma va un po’ oltre. Sendak scandisce il tempo narrativo in sequenze ben precise, suddividendo l’azione in vignette, avvicinando il volume più al fumetto che al canonico picture book

La cucina della notte contiene sequenze giudicate all’epoca abbastanza problematiche, come, ad esempio, quella in cui i tre paffuti pastai con il baffetto a spazzola infornano il piccolo protagonista. Le origini ebraiche del buon Sendak, il baffetto hitleriano dei tre goffi cuochi e la presenza sardonica di una vistosa confezione di sale decorata con una Stella di David, costruiscono un beffardo e cupo rimando alle tragedie del nazismo – il libro è uscito nel 1969, a poco più di vent’anni dalla fine della seconda guerra mondiale. Inoltre, per gran parte della storia Mickey è nudo. L’evidenza dei genitali dell’infante non rese facile la distribuzione del libro sul mercato americano, particolarmente puritano. Ci furono casi di edizioni in cui il protagonista veniva dotato di pannolini o comunque di un qualche genere di braghe per renderlo fruibile al piccolo pubblico (o meglio, agli ipocriti genitori di quel piccolo pubblico).

La storia di Mickey e del forno di Mickey, dei pastai e del latte, della via lattea e dei biscotti che troviamo belli pronti al mattino è un libro atipico, liberatorio ed oppressivo, frivolo ed ostico. È evidente che questi contrasti aprano qui anche altri scenari, più profondi, dove Sendak cerca un dialogo tra il Maurice artista e il Maurice bambino. 

È indubbio che questo volume abbia qualcosa di difforme e di differente dal solito: è probabilmente il profondo contatto con l’intima visione del suo autore che rende quest’opera così destabilizzante. Lascia turbati perché vi passa dentro qualcosa di notturno ed assieme infantile, sinceramente infantile, quindi impenetrabile, inspiegabile e proprio per questo di estremo interesse per il lettore curioso, pronto a recepirlo.

Leggendo e rileggendo queste pagine si ha la sensazione di osservare il dipanarsi di un qualche fiume di nebbia, l’esplosione distante di una supernova, lo zampettare dell’afide su di una foglia, insomma di un qualche fenomeno naturale di cui non si ha ben chiaro né la reale dimensione, né l’intrinseco scopo, né il valore morale. Si rivive, in poche parole, l’esperienza magica di vedere le cose davvero come un bambino.

La cucina della notte di Maurice Sendak, Adelphi

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