Gli alberi di Brodskij

Per me Venezia è soprattutto notte. Non è che non tolleri il caldo, quando ho vissuto in Asia ho imparato a sopportarlo. Laggiù sei sempre ricoperto da un sudore scivoloso, come se piovesse in continuazione, o fossi appena uscito da un mare caldissimo. No, il mio problema non è il caldo; è il sole. A Venezia colpisce da sopra e da sotto. La pietra chiara delle rive e delle calli riflette i raggi, spilli che infilzano le pupille. E poi tutta quest’acqua. È un miraggio, ma molto peggio di quelli del deserto: esiste davvero e non si può bere. Così sono diventato un camminatore notturno.

Casa mia è nella zona dell’Arsenale e si affaccia sulla laguna sud. Sto all’ultimo piano. Un tempo ci viveva un ingegnere della Repubblica. Da qui osservava i vascelli che attraversavano il canale dell’Arsenale e partivano per la guerra. Mi sporgo dalla finestra in attesa che il sole si abbassi abbastanza da permettere l’ingresso al buio. Manca poco. Davanti a me conto uno, due, tre file di tetti, con i coppi rossi e le antenne che vorrei tirare giù con una fucilata. Ostacolano la vista. In mezzo alla laguna c’è l’isola di San Giorgio: più la luce si attenua più sembra vicina. Il campanile affilato, la chiesa, la piccola foresta insulare. Si allungano le ombre e gli alberi che non so distinguere – perché non ne conosco i nomi – emergono direttamente dall’acqua salmastra. È nuvolo, acqua e foglie hanno lo stesso colore.

Ecco il buio. Posso finalmente scendere. Un centinaio di passi e sono già sulla Riva degli Schiavoni. Gli ultimi turisti camminano spediti nella direzione opposta alla mia, verso San Marco, per tornare alle loro tane costose. Io vado verso la periferia, anche se a Venezia questo termine non si dovrebbe usare: nel linguaggio comune “periferia” non è più un canone topografico ma un criterio estetico, nelle città inizia dove inizia la bruttezza, e a Venezia la bruttezza non esiste, per cui c’è solo centro. Questi turisti sono gli ultimi maratoneti di una corsa già finita; io, a correre, non ci penso nemmeno. Per le mie esplorazioni notturne è più adatto un passo lento, non voglio che mi sfugga nulla, voglio ricordare tutto quello che vedo. Con lo sguardo frugo nelle espressioni esauste. Mi guardano con curiosità. “È un uomo solo?” si chiedono. Non sanno che la mia solitudine è volontaria, calcolata.

 

Se non fossi solo, Iosif Brodksij non si farebbe vedere. Lo incontro ai Giardini Napoleonici, dove oltre a me e a lui non ci sono che zanzare. Eccolo lì, davanti alla statua di Francesco Querini, col suo immancabile trench blu. Pensavo che d’estate non lo portasse… È più giovane dell’ultima volta – stasera dimostra circa 35 anni – ma gli angoli della bocca sono come sempre piegati verso il basso. Non è tristezza, mi ha detto, è che di certe ossessioni non ti liberi nemmeno da morto.

«Non molti lo conoscono, è un peccato» esordisce riferendosi a Querini. «La sua è una bella storia».

«La conosco» rispondo. Querini è stato uno dei primi a esplorare l’Artico, in una spedizione memorabile guidata da Luigi Amedeo di Savoia, il Duca degli Abruzzi a cavallo tra ottocento e novecento.

«Ricordo anche il giorno in cui sparì, il 23 marzo 1900» continuo. «Il 23 marzo è il giorno del mio compleanno».

Brodskij si avvicina al piedistallo, sembra volerlo accarezzare. Potrà farlo, da morto? Può ancora toccare le cose?

«È pietra d’Istria, la stessa del ponte dei Sospiri» dice. «Mi piace che l’abbiano ritratto insieme ai suoi due cani da slitta; la sfumatura della pietra deve avere qualcosa in comune con ciò che vide prima di chiudere gli occhi nel suo sfortunato viaggio verso il Polo Nord».

Si volta verso di me. Ai fantasmi si attribuisce una consistenza nebulosa ma per Brodskij vale il contrario. Lui appare solido come una pietra. Anche se fuma in continuazione e spesso tossisce.

«È da un po’ che non ci vediamo» dico. «Pensavo non le piacesse stare qui d’estate, ha scritto che non ci sarebbe venuto neanche sotto la minaccia di una pistola».

«Sì, da vivo sopportavo poco il caldo, e ancor meno le ascelle e le violente emissioni di idrocarburi. E poi mi davano ai nervi le mandrie in pantaloncini, specialmente quelle che nitrivano in tedesco: per l’inferiorità della loro anatomia rispetto a quella delle colonne, delle lesene, delle statue; perché la loro mobilità e tutto ciò che essa esprime strideva troppo con la stasi del marmo».

«E allora perché è qui?»

«Perché sono morto, e non sento più né caldo né freddo. Come farei a portare quest’impermeabile, altrimenti?»

Cominciamo a camminare, uno accanto all’altro, sui vialetti che separano le isole d’erba dei Giardini. Altre statue: Verdi, Wagner, Carducci.

«Cosa guardiamo stanotte?» chiedo.

«Gli alberi. Conosce i nomi di questi qui intorno?»

«A dire il vero no. Solo i pini».

«Lei vuole diventare uno scrittore, o sbaglio?»

«Ci sto provando».

«I nomi degli alberi uno scrittore deve conoscerli. Quelli intorno alla statua di Querini erano tassi, olmi e bagolari. Poco fa, poi, siamo passati accanto a un ginkgo, a un acero e quelle due file di alberi paralleli laggiù sono platani». Indica le fronde degli alberi all’interno dell’aerea della Biennale.

Lasciamo i giardini e torniamo sulla Riva. La strada si restringe, compare un muretto rosso, andiamo verso l’isola di Sant’Elena. Ci fermiamo sul ponte che la collega al resto della città.

«Guardi nell’acqua. Il fondale è affollato delle sagome scure di rami e di fronde». Il ponte si arcua sopra la curva nera di un tratto d’acqua che si perde all’infinito dalle due parti.

«Ultimamente faccio questo» mi dice.

«E cioè?»

«Osservo gli alberi. Disegno nella mia mente una mappa della loro posizione. Quand’ero vivo non ci facevo caso. Era colpa – o merito – di tutto il marmo che c’è qui, pizzi, intarsi, capitelli, cornicioni, rilievi e modanature, nicchie abitate e disabitate, santi e non santi, vergini, angeli, cherubini, cariatidi, frontoni, balconi con i loro robusti polpacci al vento, e finestre, gotiche o moresche. Gli alberi non li guardavo nemmeno».

«È anche vero che ce ne sono pochi. Ed è paradossale se si pensa che la città è costruita su una foresta di tronchi. Gli edifici veneziani sono appoggiati a milioni di pali di legno conficcati nelle isole della laguna».

«Sì…» riflette. «La città è una foresta capovolta». Superiamo il ponte. A Sant’Elena ci sono molti pini.

«Questi li riconosce. Scommetto però che non saprebbe distinguerli dagli abeti». Raccoglie un pezzetto di ramo da terra.

«Vede gli aghi? Se fosse un abete sarebbero molto più corti e sarebbero disposti direttamente sul ramo. Qui sono raccolti a ciuffi. In un pino silvestre sarebbero a coppie».

Più tardi ci spostiamo verso nord-ovest, lasciando Sant’Elena e i Giardini. Brodksij vuole superare il sestiere di San Marco senza passarci dentro, vuole andare a Cannaregio. Sulla strada ci fermiamo a San Francesco della Vigna, sul confine del sestiere di Castello. Mi avvicino a uno degli alberi.

«Questo è un cipresso, lo conosco».

«È facile, è l’albero dei cimiteri…»

«E quello è senz’altro un platano» insisto. «L’abbiamo visto prima».

«Bene, e quello lì a sinistra, invece, è un olmo. Vede, questa è una delle Chiese rinascimentali più belle che io abbia mai visto. L’ha progettata Sansovino nel ’500; il rosso spento dei muri si adatta alla notte, ha la sua stessa quiete, fa pensare a una città incontrata in un sogno, dopo un viaggio per un deserto assoluto. Ma mi dica una cosa, senza il contrappunto di questi alberi slanciati, questo campo sarebbe ancora così bello?»

«No, probabilmente no. È uno dei miei campi preferiti, tra l’altro».

«Perché le ricorda la vita. Sono venti minuti che camminiamo, abbiamo visto solo grigio, rosso, nero. Il verde ci dà nuova lena». Accelera il passo, si accende una sigaretta e la fuma molto rapidamente mentre proseguiamo.

«Credo sia stato Hazlitt a dire che l’unica cosa che potrebbe superare questa città d’acqua sarebbe una città costruita nell’aria. Un’idea degna di Calvino, e chissà, in qualche futuro viaggio spaziale, qualcosa di simile può ancora succedere, non crede? Allo stato delle cose, il nostro secolo si è assicurato un ottimo titolo di merito lasciando intatto questo posto, lasciando le cose com’erano. Per conto mio, sconsiglio ogni interferenza, anche la più delicata».

«Ha ragione, il suo secolo Venezia l’ha lasciata più o meno intatta,. Adesso le cose vanno un po’ peggio, cominciamo a scalfirla».

«Si riferisce alle navi da crociera?».

So già dove siamo diretti, i nostri giri cominciamo sempre nella zona dei Giardini e finiscono sempre nei pressi della stazione, dove Brodksij sale sullo stesso vaporetto con cui nel 1972 attraversò per la prima volta la Venezia notturna, come scrive in Fondamenta degli Incurabili.

Vivo qui da qualche anno, cammino di notte, e incontro Brodskij. Mi mostra cose che non avrei notato, mi insegna a distinguere dettagli che mi ero lasciato sfuggire. Non so se sia qui per una maledizione, o una promessa d’amore. Se cerca qualcosa, non mi dice di cosa si tratta. Se ha uno scopo, non me lo confida. Non mi rivela se esiste l’aldilà, o se l’aldilà è questo, il rovescio della foresta. Mi mostra come attraversare la notte, mi insegna che le cose qui sono infinite, si moltiplicano con le prospettive, con le luci che cambiano da un’ora all’altra, con le stagioni dell’anno. Ci facciamo compagnia, per convincerci che la solitudine non è un fatto personale. Esistono davvero uomini capaci di vivere completamente soli?

Ecco il Campo del Gheto Nuovo. Dei pioppi, un olmo, una sofora. Sediamo su una panchina, con lo sguardo rivolto alle vetrate illuminate del centro di studi ebraici. È molto tardi, ma dentro c’è ancora qualcuno, tre o quattro ragazzi che parlano ad alta voce e ridono.

A Venezia, chi di notte scende nelle strade vuote si convince che la città è sua, e quando incontra qualcuno fa finta che non esista, che sia un’allucinazione, perché non vuole dividere con nessuno questo dominio incontrastato. Gli unici viventi che si accettano sono gli alberi; osservandoli a lungo si individua il loro lento movimento, la crescita, il passaggio della linfa nei tronchi, lo stiramento delle radici nella terra. Venezia non è una città immobile. Anzi, è forse l’unica città al mondo che può muoversi. Lo fa affondando, certo, ma non solo. Lo fa anche perché la foresta su cui si appoggia non smette mai di crescere.

«Quando ci incontreremo di nuovo?» chiedo a Brodksij.

«Non so, non sono io a deciderlo, è sempre lei a trovarmi. Non smetta di camminare di notte, e non se ne vada. Ah, e per quanto riguarda gli alberi, un’ultima cosa…» S’interrompe a metà della frase, uno dei ragazzi mi ha notato, esce dal centro ebraico e mi viene incontro. Brodskij si alza. Curva la schiena, non vuole essere riconosciuto, si volta e va via. Forse, prima di farlo, accenna un sorriso.

So dove sta andando, tra poco passa il suo vaporetto. E so anche quello che mi voleva dire: «non faccia come me, che nonostante il tempo, il sangue, l’inchiostro, il denaro e il resto che ho lasciato o scialaquato qui, non ho mai potuto dire in maniera convincente, neanche a me stesso, di essere diventato un veneziano. Lei ha ancora molto tempo, non smetta di provarci, faccia entrare la città dentro di lei».

Nota: parte dei dialoghi è tratta, con lievi modifiche, da I. Brodksij, Fondamenta degli Incurabili (1989), trad. it. Adelphi, Milano 1991.

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