Sul delta del Danubio si nascondono le tigri

Nel novembre del 2017 ero a Sulina, in Romania. Ci andai spinto da un ricordo. Un anno prima esploravo le giungle di mangrovie di Sundarbans, tra India e Bangladesh, alla ricerca delle tigri che nel Bengala si cibano di raccoglitori di miele. Sundarbans è sul delta del Gange, Sulina sul delta del Danubio. A Sundarbans – dieci giorni passati in barca tra paludi e acquitrini – la tigre non l’avevo mai vista, e mi ero convinto che fosse giusto così. Le tigri, quando s’incontrano, smettono di esistere; sopravvivono solo come fantasia o simbolo. Capivo che non ero andato fin laggiù per cercare tigri, ma qualcos’altro: un confine. Fino allora, avevo conosciuto solo confini convenzionali, inizialmente tracciati su una mappa e poi riprodotti sul territorio. Una guardiola sorvegliata da un manipolo di soldati minorenni, un’interminabile recinzione di filo spinato in una foresta. Sul delta del Gange era stato diverso: quando con la mia guida – un barcaiolo emaciato di nome Davesh – avevamo raggiunto l’ultimo fronte del fiume prima dell’oceano la barca aveva roteato su sé stessa ed ero riuscito a scorgere le ultime onde del mare che si perdevano nel fiume. Lì, sulla linea che separa il verde del Gange dal blu dell’oceano, la parola “confine” aveva per la prima volta indicato qualcosa di reale.
Confrontare con la memoria due luoghi simili è vantaggioso, soprattutto quando si cercano differenze. Dall’uniformità emergono con più evidenza. Come fotografo, raccolgo dettagli: più rapidamente li individuo, più semplice ed efficace diventa il mio lavoro. Per arrivare a Sundarbans avevo disceso il Gange per diverse ore; lo stesso avevo fatto in Romania per arrivare a Sulina, ultimo insediamento dell’Europa sudorientale prima del continente asiatico. Lì, dove il Danubio entra nel Mar Nero, cercavo un altro confine tangibile.

 

La natura selvaggia del Gange, interrotta raramente da villaggi di case di fango, a Sulina era stata addomesticata in modo sistematico: casermoni sovietici, approdi in cemento, tetti in lamiera.
«All’inizio del Novecento Sulina era una città ricca; poi è arrivata la guerra, e dopo il comunismo» mi dice Andrei, l’uomo minuscolo che mi raccoglie dal traghetto; ha un’età indefinita – trenta, quaranta, cinquant’anni? La faccia poco espressiva e gli occhi vuoti m’impediscono di indovinarla. Mentre andiamo verso casa sua, dove sarò ospite per tutto il tempo che passerò sul delta, punta un dito tozzo verso un casermone.
«Quella era la fabbrica di pesce in scatola, ci lavorava mezza città. Bell’edificio, eh? Se l’è inventato Ceaușescu. Per noi è un incubo. Ci lavorava mio padre, che c’è morto».
Dovunque io vada per fotografare, ho sempre una guida. La trovo al momento dell’approdo; che sia Grecia, Kashmir, Indonesia, tra le persone che si avvicinano per offrirmi riparo e orientamento scelgo chi non lo fa solo per interesse, ma anche per curiosità. Ho un certo intuito, sbaglio raramente. Pago Andrei per il letto nel suo salotto ma lui non mi dà solo ospitalità, mi porta anche in giro per il delta. È l’opposto di Davesh, l’uomo alto che mi accompagnava nei canali della giungla indiana sulla sua lunga barca in legno blu. E non solo fisicamente: Davesh era calmo e riservato, Andrei è molto loquace.

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A Davesh offrivo da bere di nascosto il whisky che avevo portato da Calcutta – era musulmano –, ad Andrei offro qualche birra nel triste bar del paese: luce rossa sulle facce esauste dei marinai di quelle rare navi mercantili che passano ancora di qui. Un tempo il paese ospitava la Commissione Europea per il Danubio ed era un importante porto franco. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica è stato colpito da una grave crisi economica, aggravata dal trasferimento delle attività commerciali a Costanza. Oggi Sulina ha meno di cinquemila abitanti, il quaranta percento disoccupati. Andrei si guadagna da vivere con orrendi dipinti che d’estate vende ai turisti, e organizzando gite in barca.
D’inverno, l’unico turista sono io. Ci muoviamo a piedi: a Sulina si può, il delta non è attraversato da quelle migliaia di corsi d’acqua senza nome che s’incontrano sul Gange; alla fine dell’Ottocento il Danubio è stato canalizzato per migliorare il transito fluviale tra Europa centrale e Asia. A Sulina, ordinata come il resto del territorio, ci sono sei principali strade parallele, incrociate con dodici strade più piccole. Le facciate di Strada I, sul ramo del Danubio, mostrano austerità. Il colore compare solo quando gli ex-edifici commerciali diventano alberghi per quei turisti che d’estate vengono per pellicani, cicogne e aironi, come sul Gange vanno per coccodrilli, delfini e tigri; procedendo verso la campagna gli edifici si abbassano, le tegole diventano lamiera, l’asfalto si trasforma in terra e polvere.
«Vedi: dal 2007, quando siamo entrati a far parte dell’U.E., Sulina è diventata l’ultima frontiera europea, l’ultimo confine orientale del Continente» dice Andrei mentre passiamo accanto a un canneto.
«E la Russia non è Europa?» gli chiedo per provocarlo.
«La Russia è merda, amico» risponde ridendo e stringendomi una spalla nella mano. Per farlo si alza sulle punte dei piedi. «Fidati, io l’U.R.S.S l’ho vista, tu no».
Alla fine del canneto, un paesaggio sabbioso con cespugli di gramigna. Cavalli sperduti oscillano lentamente verso una foresta di pioppi.
Ce li lasciamo a destra. Poi, un campo allagato, ragazzi che bevono vodka sul tettuccio di una Dacia sfasciata e infine Cardon, un villaggio di dieci abitanti dove Andrei mi presenta a Michail, un ex pescatore. Secondo Andrei, Michail ha un’ottima memoria; non è il più vecchio del villaggio – anzi, è relativamente giovane, ha meno di cinquant’anni – ma Andrei sostiene che sa raccontare con chiarezza gli eventi del passato. Lo guardo, sorride beffardo e sorseggia alcol medico da un bicchierino sporco dopo averlo mescolato con poca acqua. Inizia a parlare, non capisco niente. S’interrompe in continuazione per bere e sputare, cade in silenzi inspiegabili, Andrei traduce approssimativamente.
In qualche modo riesco a intuire che Michail non parla del comunismo ma di quell’“età dell’oro” che va dal 1856 – quando fu istituita la Commissione Europea del Danubio, fu ampliata la rete di navigazione e si sviluppò l’economia della zona – fino all’inizio della seconda guerra mondiale – quando Sulina fu rasa al suolo dai bombardamenti. Michail non va oltre, non si avventura nella storia più recente, non parla apertamente della sua vita. Se gli chiedo dell’Unione Sovietica, risponde come Andrei: «era una merda, una vera merda».

Nei giorni seguenti, continuo a vagare con Andrei per il delta esplorando foreste, visitando chiese sperdute e fotografando ruderi di vecchie industrie. Incontriamo pochi esseri umani. Faccio domande sempre diverse che nessuno sembra capire; mi parlano solo dei cent’anni durante i quali Sulina, secondo loro, è stata il posto migliore del mondo. Intravedo una forma atipica di nostalgia: manca loro qualcosa che non hanno mai vissuto, ma che rappresentano tutti in modo analogo e che diviene, nonostante le differenze individuali, una consolidata memoria collettiva. Un fondamento, un’identità emotiva comune.
In India un simile sentimento di coesione non discendeva dal ricordo di un’ipotetica età dell’oro. Un’epoca del genere non c’era mai stata. Per Davesh, per gli allevatori di lontre, per i raccoglitori di miele, aveva importanza una sola cosa: la tigre. La storia di Sundarbans non iniziava quando nel Cinquecento i Mughal avevano concesso agli abitanti l’utilizzo del territorio del delta, ma con i primi attacchi dell’animale. «Il primo anno, cinquantacinque morti; è così, lo sanno tutti» ricordava Davesh. Gli avevo chiesto perché gli abitanti del delta fossero rimasti lì per altri cinquecento anni, perché non se fossero andati.
«Il miele vale molto» aveva risposto.

Il giorno prima della mia partenza, Andrei mi porta sulla costa, cinque chilometri a est di Sulina.
Arriviamo al Mar Nero che è quasi notte, ma la luna ci aiuta a distinguere la forma dell’acqua. Fiume piatto, onde del mare arcuate. Come in India, ecco il confine. Spiego il mio pensiero ad Andrei.
«Hai ragione. Di solito non si vede, qui sì» dice. «È una sfortuna però».
«Perché?»
«Un confine che vedi fa troppa paura. Te lo immagini? Un passo solo e sei fuori dal tuo Paese, dal tuo mondo. Non lo potrei mai fare. Se dovessi andarmene, sarei costretto a passare di là» dice indicando la terraferma.
«Perché rimani qui?»
«Pensi che me ne dovrei andare?»
«Un motivo ci dev’essere, se rimaniamo nel posto in cui siamo nati. Vorrei conoscere il tuo».
Tornando a Sulina, Andrei cammina in silenzio e con lentezza. Altri chilometri di sabbia, altri cespugli di gramigna, altri occhi di cavalli accesi dalla luce della luna. Arrivati al bar, si riprende e mi sorride.
«Oggi mi devi almeno quattro birre, con tutti i giri che ti ho fatto fare!»
«Non mi hai ancora risposto».
«Beh, io non ero ancora nato, non ricordo bene, ma le case erano belle, era pieno di gente qui, non solo d’estate, tutto l’anno; c’era mio nonno che ancora lavorava al porto. Che ti devo dire… sì, è così, mi manca, non ci posso fare nulla, mi mancano gli anni che non ho mai vissuto».

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