Spunte Blu | Il futuro promette bene di Lesley Nneka Arimah

Ogni mese Paola e Giorgia leggono un racconto e ne parlano: al telefono, in chat, con vocali whatsapp. Da qui nascono riflessioni e dibattiti. Attraverso il dialogo si suggeriscono nuove osservazioni sul modo in cui gli altri raccontano storie. Quello che segue è un testo uniforme delle loro notifiche letterarie.

Il racconto di questo mese è Il futuro promette bene di Lesley Nneka Arimah

L’autrice
Lesley Nneka Arimah è una scrittrice nata in UK e cresciuta tra Nigeria e Stati Uniti. Con la sua raccolta di racconti Quando un uomo cade dal cielo ha vinto il Kirkus Prize 2017. I suoi racconti sono apparsi anche su The New Yorker, Granta, McSweeney’s e Harper’s.

Il racconto
Ezimna cerca di aprire una porta e sente qualcuno arrivare alle sue spalle. Forse è suo padre, rimasto senza madre poco più che bambino e cacciato di casa dalla giovane matrigna che lo detesta. Vive di piccoli furti ed espedienti finché scoppia la guerra del Biafra, e mentre la gente «festeggia nelle strade», lui si ritrova a fare scorte di beni con cui farà una fortuna quando in giro non ci sarà più niente. Rubando patate in una fattoria conosce la madre di Ezimna, diventata povera dopo che la rivolta è stata soffocata nel sangue. Insieme avranno due figlie, Bibi, che è «testarda come sua madre» e Ezimna che «è un fantasma di Bibi, più pallida nei toni e nella personalità». Il rapporto fra le due sorelle sarà complicato sin dalla loro infanzia. Quando Bibi sarà una giovane studentessa universitaria si innamorerà di Godwin e nonostante la madre si opponga, porterà avanti un rapporto con quest’uomo che la riempie di oggetti, ma “l’unica volta in cui Bibi prova a parlare di matrimonio, lui esce di casa e lei non riesce a rintracciarlo per dodici giorni”. Mentre Bibi cerca di lasciare Godwin e l’appartamento in cui vivono, lui la colpisce al volto con un pugno. È Ezimna a prendersi cura della ferita di Bibi e a offrirsi di tornare all’appartamento per prendere i suoi oggetti. E così ci troviamo di nuovo di fronte a una porta che Ezimna cerca di aprire. Sente qualcuno arrivare alle sue spalle, non sa chi è. Potrebbe essere suo padre, potrebbe essere sua madre. E invece è Godwin.
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Nel racconto breve Il futuro promette bene Arimah ha l’ambizione di raccontare in uno spazio limitato due storie della Nigeria. Una storia familiare densissima, quella di Ezimna e delle relazioni tra i suoi parenti più stretti, alle prese con un desiderio bruciante di ascesa sociale; e la storia della Nigeria durante la guerra del Biafra, cioè il tentativo di rottura con un sistema opprimente per mezzo di una rivolta che alla fine si rivelerà fallimentare.
Il racconto ha inizio con Ezimna che «traffica con le chiavi nella serratura e non vede cosa le arriva alle spalle». In realtà, più che un “cosa”, si tratta di un “chi”. A cominciare dall’ipotesi che si tratti di suo padre si innesca un meccanismo narrativo che permette all’autrice di aprire una parentesi biografica su ogni personaggio e intessere cosí storia individuale e storia collettiva, il cui punto di fusione più significativo si trova nel nome della sorella di Ezimna: “Biafra”.
Una quantità enorme di informazioni familiari e storiche è compressa in poche pagine, in modo da non lasciare tempo al lettore per orientarsi. Al contrario, proprio quando crede di essere finalmente entrato nell’ottica di quello che sta accadendo, viene trascinato su un altro piano temporale. L’effetto straniante è dato in particolare dall’uso indiscriminato del presente indicativo nonostante ci siano svariati flashback attraverso cui l’autrice racconta la storia di ogni membro della famiglia. È come se ogni volta il lettore venisse risucchiato da uno stargate che lo porta indietro nel tempo, in un passato che in quel momento è presente. La sensazione che si ha è quello di essere dentro una spirale in cui alla fine la fine e l’inizio si ricongiungono.
Questo tecnica narrativa fa sì, inoltre, che i confini dei personaggi del racconto siano labili. Si passa dall’uno all’altro senza alcun taglio netto, al punto che a una prima lettura si fa fatica a seguire chi è cosa. Tuttavia l’autrice lo fa con maestria, poiché il momento di transizione fra la storia di un personaggio e l’altra avviene nel punto di sutura delle loro vite, cioè nel momento storico in cui le vicende dei due personaggi si incontrano e si mescolano, per poi però tornare a dividersi inesorabilmente.

Il tema che sottende entrambe le storie e che si delinea con maggiore prepotenza è quello della violenza, intesa sia a livello fisico che strutturale. Nella storia raccontata da Arimah è quasi impossibile sfuggire a essa.
Ezimna e la sorella Bibi (dopo il fallimento della rivolta del Biafra il suo nome cambierà in Bibi perchè «non ha senso chiamare una bambina come un paese che non esiste») si riavvicinano quando quest’ultima viene malmenata dal fidanzato Godwin. Ezimna si prende cura della sorella poiché è solita essere gentile con lei, per “abitudine” dice, anche se dietro questa parola in apparenza arida si nasconde un sentimento di adorazione e rispetto per la sorella maggiore. Sarà infatti Ezimna ad andare a prendere gli oggetti di Bibi nell’appartamento condiviso con il ragazzo, e sarà sempre lei a stare in piedi di fronte a quella porta dove, mentre cerca di mettere le chiavi nella toppa, verrà uccisa per una colpa che non è sua. Godwin infatti “è così poco avvezzo a sentirsi dire di no che la cosa lo ferisce come un’ondata di acido” da dovere lavare l’onta dell’affronto subìto con l’abbandono. Così, con un colpo di pistola, compie la sua vendetta anche se a essere colpita non è la donna giusta.

Nonostante tutto però, sono le donne in questo racconto a essere i personaggi dal carattere più volitivo. Vogliono un uomo, ambiscono a un salto di classe e fanno di tutto per ottenerli: combattono, studiano, prendono persino pugni in faccia. Sono ancora le donne, come la nonna di Ezimna, a credere nella rivolta sociale, a supportare la guerra del Biafra.
Al contrario gli uomini sono deboli, non reagiscono, a partire dal nonno, che lascia suo figlio venire cacciato di casa dalla nuova moglie, fino al padre, che davanti alla sua bambina con l’occhio nero non riesce a fare di più che stringerle le spalle. I fidanzati scappano invece di dare risposte, e quando hanno un forte desiderio che rimane inesaudito, ricorrono all’aggressione e alla prepotenza.

Malgrado il titolo ottimista, questa è una storia di ineluttabilità in cui la colpa non si può attribuire al singolo violento, al singolo inetto, ma è distribuita tra tutti, tra chi perpetra e chi subisce senza riuscire a ribaltare lo status quo.
La violenza sta anche e soprattutto nel sistema, è una Nigeria spiccatamente classista quella di cui ci racconta Arimah. La madre delle due ragazze prima della guerra apparteneva a una classe sociale media, aveva infatti “l’aspetto sano di qualcuno che non ha mai sofferto la fame”, e aspirava a salire sulla scala sociale, era “una ragazza sfrontata, che prende più di quello che le viene offerto”. Quando si fidanza con uno scapolo ambito, attraente e benestante, “prende la vittoria come se le fosse dovuta.” Tuttavia questi, allo scoppio della guerra del Biafra, lascerà il paese senza portarla con sé. La donna quindi si ritrova costretta a rubare nelle fattorie per mangiare ed è così che incontra il suo futuro marito. Sua figlia, Bibi, ambiziosa quanto lei, per uno strano caso si innamora del figlio del suo promesso sposo fuggito. Questi, ancora più ricco del padre, la ricopre di regali, che in realtà non intesta a lei. Bibi però è caparbia, e non ascolta gli avvertimenti della madre quando le dice che Godwin non è un uomo per bene. Al contrario la accuserà di essere gelosa per il fatto che lei si sia trovata un compagno di una classe più elevata del suo, del suo stesso padre. Tuttavia quando Bibi chiede a Goodwin perché non si sposano lui sparisce, lasciandola a chiedersi: «cosa ci sia di tanto prezioso in quel cognome da non volerlo dividere con lei». E quando decide di lasciarlo, lui non può accettare il rifiuto di una donna e per di più appartenente a una famiglia più povera. L’esistenza di Bibi ha meno valore della sua, la violenza di Goodwin è doppiamente giustificata.
La rigidità della struttura sociale e le dinamiche di potere spietate non fanno che rafforzare il senso di inesorabilità che permea tutta la narrazione.
In questa storia c’è un paese che vuole cambiare il suo destino e non ci riesce; c’è una donna che vuole cambiare la classe e non ci riesce. C’è tutto un movimento che porta esattamente alla stasi iniziale passando però per sofferenza e morte. In questo modo macro- e micro- storia corrono sullo stesso binario.

La narrazione procede con un moto forzato a ritroso che sembra rispecchiare il contenuto del racconto, come la Nigeria vuole cambiare assetto politico, ma non ci riesce perché l’azione militare del governo è più potente. Come la madre e la figlia vogliono cambiare status sociale, ma non riescono perché le gerarchie sono troppo rigide, così il lettore vuole sapere cosa succede a Ezinma, ma non riesce perché ogni volta viene risucchiato nel passato. Gli eventi accadono perché ne sono accaduti altri prima e in questo la storia è inesorabile.

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