Intervista: Giulia Pex

Giulia è una giovanissima autrice al suo esordio editoriale, che è stata in grado di trasformare in immagini il racconto di Davide Coltri, senza che perdesse minimamente intensità, anzi.

Il suo, il nostro, Khalat è una trascinante riflessione sull’identità femminile, sulla libertà di scelta e sulle ambizioni tradite, che accomunano le nuove generazioni a tutte le latitudini.

Quando hai capito che volevi fare un lavoro creativo?

Per la gioia di mamma e papà, penso di averlo sempre saputo. Avevo delle enciclopedie di animali che ridisegnavo interamente sui miei quaderni, con una predilezione particolare per i pappagalli. Dopo il liceo ho deciso di studiare fotografia, ma alla fine sono ritornata all’illustrazione, ed è stato come tornare a casa.

Khalat segna il tuo esordio nella graphic novel. Com’è stato elaborare un immaginario nuovo, fatto di ricerca, a partire da un racconto ambientato in un luogo lontano?

è stata una sfida fin dal primo momento, vista la complessità e la delicatezza dei temi trattati. Ho fatto molta ricerca, sia iconografica che non, per avere ben chiaro il contesto e non rischiare di banalizzare situazioni o immagini che qui ci figuriamo in modo quasi stereotipato. Ho voluto costruire il mondo di Khalat concentrandomi di più su piccoli dettagli, come sguardi e gesti, per permettere a tutti di immedesimarsi, per non farla percepire come “lontana”.

Comʼè stato doversi relazionare ai tempi editoriali e a un contenitore come quello de libro?

Quando lavoro ad un progetto sono abbastanza metodica, di solito stabilisco un piano dʼazione efficace per poter chiudere tutto nei tempi. Nel “contenitore libro” mi ci trovo molto comoda in realtà: mi piacciono gli inizi e le fini. Prima di Khalat, non mi ero mai confrontata con una storia così lunga da illustrare, ed è stato molto istruttivo dover sbrogliare delle parti del racconto che a prima vista mi spaventavano perché sembravano irrisolvibili graficamente.

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai qualche anticipazione da raccontarci?

Ho un progetto a lungo termine sul ritrarre le case viste da fuori, le trovo molto emotive. Continuo a portarlo avanti finché non sarò soddisfatta e le raccoglierò tutte in un unico volume.

E qual è invece il progetto dei tuoi sogni, che ancora non hai avuto occasione di realizzare?

Concretizzare la realizzazione di una vera enciclopedia di animali!

Ascolti musica quando lavori? Qual è il disco che ascolti di più in questo periodo?

Sì, la musica è sempre presente. Ultimamente non ho un disco preferito, ma posso dire che la mia comfort zone sonora è sicuramente lʼintera discografia dei The National.

Cosa fai quando non disegni?

Quando non disegno tendenzialmente sto allʼaperto, per fare lunghe camminate, arrampicate, gite.
Costantemente scatto foto di cose che poi prima o poi disegnerò.

Quali sono le tue fonti di ispirazione?

Credo che la mia ispirazione primaria derivi dall’osservazione consapevole di quello che mi succede intorno. I racconti dei miei amici, la luce che cʼè a quell’ora del pomeriggio, un cane che abbaia la notte. Su larga scala, tra le mie contaminazioni ricorrenti ci sono la pittura di Hopper, lʼarte romantica, gli scritti di Borges.

Qual è il tuo posto speciale / preferito sulla Terra?

In Bolivia cʼè un deserto di sale, il Salar de Uyuni. In alcune ore del giorno, grazie a dei particolari effetti ottici, la prospettiva è totalmente assente e cielo e terra si fondono in un unico scenario, privo di vie o punti di fuga. Adoro questo ricordo di essere stata in uno spazio senza percepirne lo spazio.

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