Intervista ad Ale Senso su Apartment A e cultura underground

Ale Senso, artista sensibile, creativa e dallo stile riconoscibile, ha alle spalle una lunga carriera svoltasi perlopiù in Italia e a Berlino. Al di là dei luoghi e dei muri di volta in volta prescelti, del mezzo di espressione e della tecnica utilizzata, dai poster su carta ai graffiti, dalle installazioni fino ai murales di grandi dimensioni, la sua arte è sempre stata caratterizzata da un’attenta ricerca e da una profonda volontà di sperimentazione ed evoluzione. Non c’è una sola sua opera che non sia pregna di emozioni, di significato o di storia. Portavoce di una generazione, con un costante interesse per la cultura underground, Ale Senso invita lo spettatore alla riflessione, su temi più o meno popolari, spesso collegati alla sfera sociale, politica e culturali, tutti facilmente codificabili e interpretabili. Altra costante del suo percorso artistico l’interesse per gli spazi di aggregazione sociale e culturale, nonché quello per i luoghi dismessi o abbandonati. Proprio dall’unione di queste due passioni e dal desiderio di dare vita a un progetto berlinese che fosse allo stesso tempo artistico, comunitario e indipendente, è nato Apartment A, una realtà originale e in continua evoluzione che ha appena festeggiato il primo anno di attività.

Il progetto Apartment A è iniziato con un tuo progetto artistico personale e con una mostra delle tue opere pittoriche.
Cosa ti ha attirato inizialmente di questa location?

Avevo in testa l’idea di realizzare un progetto pittorico di tipo installativo e temporaneo da documentare poi su un catalogo autoprodotto, la location non era definita, mi interessava un posto apparentemente dismesso. Perciò ho iniziato a diffondere la voce tra amici e conoscenti, spiegando le mie intenzioni. Questa fase è durata un po’, finché una sera, in un bar, bevendo qualcosa con amici racconto questa idea, alla fine circa 3 ore e fiumi di “bevande” (per così dire…) dopo, qualcuno mi dice: molto probabilmente ho qualcosa che ti potrebbe interessare. Circa una settimana dopo entrai nell’appartamento per la prima volta. Mi trovavo in una zona della città dove non avrei mai pensato di andare, in una palazzina costruita negli anni Sessanta con dei balconi a forma di gruviera arrugginita e con i soffitti bassi. Non era quello che avevo in mente, ma era buffo, così buffo che me ne sono innamorata! E poi, parliamoci chiaro, 6 ambienti significa 24 pareti e 24 angoli, tutti in uno stato pietoso, come potevo resistere?!

Sul sito web di Apartment A ti sei autodefinita “ambient designer”, in cosa consiste esattamente il tuo contributo creativo e organizzativo?

Inizialmente il progetto era limitato alla realizzazione dei murales, quindi non mi posi affatto il problema delle condizioni in cui versava l’appartamento. Ma quando poi arrivò la disponibilità dei proprietari ad organizzare un opening-party le cose assunsero tutto un altro aspetto: a 2 settimane dall’apertura non c’era acqua, riscaldamento, luce, bagno, il banco bar e tutto il resto. Non era proprio un bell’affare 🙂 Ma ero contentissima e serena, il che sovrastava tutto.
Quindi ho radunato dei volontari, nel nostro team siamo ora in 4, e ci siamo occupati un po’ tutti dei vari aspetti, rispettando però l’opinione del più esperto per cose più complicate e specifiche. Parte elettrica, allacciamenti vari, io mi sono dedicata anche ad organizzare la parte estetica. Ognuno di noi si occupa di altro nello specifico, ma è chiaro che un po’ per necessità un po’ per gioco ci siamo dovuti dare dei ruoli organizzativi, sempre però ridendo e scherzandoci sopra. Il mio approccio complessivo all’ambiente, l’attenzione all’interazione tra i murales, lo spazio e la superficie, è passato nelle teste degli altri del team, che mi hanno definita “ambient designer”.

E come è evoluto da un anno a questa parte?

Caoticamente. Non c’è stata purtroppo la possibilità di sviluppare un progetto coerente dall’inizio fino ad oggi stesso e non poteva essere diversamente. Inizialmente i proprietari mi avevano accordato solo pochi mesi per dipingere e null’altro, poi spontaneamente hanno lanciato l’idea dell’apertura al pubblico, dopo la serata che doveva essere sia l’opening che il closing party mi proposero di continuare a usare lo spazio per pochi mesi organizzando qualsiasi cosa avessi voluto, poi questo tempo si è ulteriormente prolungato altre tre volte. Ho sfruttato questa possibilità organizzando eventi nel breve termine senza mai avere un occhio al futuro, banalmente il futuro non c’era! Ho comunque aperto un blog, ogni volta in breve tempo ho organizzato mostre di altri artisti, concerti, presentazioni di libri, un rave, una raccolta fondi per sostenere una piccola ONG chiamata Bridges across borders e ho avuto, e continuo ad avere, il piacere di ricevere nel mio spazio scolaresche italiane in visita a Berlino. In fin dei conti per me l’appartamento A si è trasformato in un modo per entrare in contatto con persone le più disparate: studenti, politici, musicisti, performer, pittori, fotografi, gente simpatica che non ho capito cosa faccia nella vita e qualche spia. Ultimamente iniziamo ad avere qualche problema con i vicini.

Quanto avete lavorato per ristrutturare l’appartamento?

2 settimane, ma non l’abbiamo propriamente ristrutturato. Abbiamo creato una illuminazione sia per le opere che per gli ambienti in generale, tagliato via qualche cavo elettrico di troppo, pulito per quel che era possibile, costruito il bar e rimesso in servizio il bagno che ho poi allestito come una wunderkammer. A questo proposito devo un ringraziamento particolare ad A., uno del nostro team che ha una passione sfrenata per riempire le cantine con qualsiasi cosa gli capiti a tiro che “potrebbe tornare utile un giorno o l’altro”. Alla fine siamo riusciti a creare un’atmosfera berlinese di vent’anni fa, quando subito dopo la riunificazione della Germania la gente ha iniziato ad aprire locali usando quello che trovava in giro (qui a Berlino ancora c’è l’abitudine di lasciare le cose poco rotte, vecchie o semplicemente non più desiderate per strada a disposizione del primo che passa con simpatici bigliettini “zum Verschenken” – in regalo – o “zum Mitnehmen” – da portare via con sé). Mi raccontano che quello era un periodo nel quale regnava una spontanea anarchia…

Qual è l’obiettivo principale di Apartment A?

Far incontrare persone, io lo vedo molto come un catalizzatore sociale.

Qualche anticipazione sul suo futuro?

Tra qualche mese dovremo, e stavolta per davvero, lasciare l’appartamento per sempre, tutto verrà imbiancato e dopo qualche tempo qualcuno andrà a viverci forse ignaro di ciò che resta dietro il candore delle pareti appena ristrutturate. Sarebbe la fine del progetto, se non fosse che i proprietari…

Cosa ne pensi di posti in disuso e spazi abbandonati in generale?

Ne ho una passione talmente forte da esser diventata una dipendenza. A parte il fascino della decadenza, mi piace l’idea di portarvi qualcosa di estraneo intervenendo molto liberamente sull’ambiente e su eventuali oggetti presenti sul posto.

Mostre fotografiche, esposizioni d’arte, concerti, presentazioni di libri, rave: tutti gli eventi che avete finora ospitato sono a supporto di espressioni artistiche e produzioni indipendenti. Come trovate e scegliete gli artisti da promuovere?

Ci siamo attenuti strettamente ai criteri del mercato mainstream: abbiamo fatto esporre quelli che ci piacevano, quelli che ci sembrava avessero qualcosa da dire.
Ovviamente l’ambiente non è neutrale come quello di una galleria, cosa che non siamo affatto, e questo ha fatto sì che alcuni artisti rinunciassero ad esporre con le loro validissime ragioni. Ne stiamo tenendo conto per la prossima fase del progetto.

Cosa ne pensi dell’attuale situazione della cultura indipendente a Berlino? Cosa sogni, in questo senso, per il futuro di questa città?

Ti dico quello che non vorrei per questa città, nella speranza che si tratti di una visione distopica. Berlino è persa. È solo questione di tempo e il mercato immobiliare fagociterà tutto per poi risolversi in una bolla speculativa talmente grande che quando scoppierà le macerie arriveranno in Italia, ma nel frattempo le realtà underground saranno state in buona parte spazzate via da aumenti di affitti, rivendicazioni di proprietà e sfratti dalle giustificazioni più fantasiose. Ovviamente questo non segnerà la fine della cultura indipendente, quanto più la perdita di quelle realtà indipendenti organizzate che qui una volta erano numerosissime.

E della situazione in Italia?

Da anni non ho un contatto continuo con la realtà indipendente in Italia, quindi sulla situazione generale non mi esprimo. Dal punto di vista personale sono in contatto con varie situazioni alcune completamente autofinanziate, altre che vengono almeno parzialmente sostenute da vari enti locali. Sento molto entusiasmo e voglia di fare.

Che ne pensi di iniziative come hoppípolla, a sostegno della cultura indipendente?

Mi sembra un’iniziativa molto interessante anche perché intelligente e armonica. Stupenda l’idea del box a sorpresa! Credo che hoppípolla possa svolgere una forte azione di sostegno alla produzione indipendente che ha giocoforza un ridotto accesso al mercato. Mi piace molto anche il loro blog non solo per la molteplicità di voci che lo costituisce, ma anche per la qualità dei contenuti. A dirla proprio tutta non amo molto la scelta di colori spenti per il design del sito, ma capisco l’intento di non rubare la scena ai contenuti e, comunque, si tratta solo del mio personalissimo gusto.

Veniamo alla tua carriera artistica. Come coniughi il tuo lavoro nell’ambito dell’arte urbana, tra festival, commissioni, mostre e interventi indipendenti e spontanei e il ruolo da art director? Quali sono le attività che ti gratificano di più e a cui vorresti dedicare più tempo?

In effetti non è semplice, anzi è stressante, ma sono aspetti che mi affascinano e mi consentono di vedere l’arte da più punti di vista, non solo da quello dell’artista. Lo vedo come un vantaggio e un aspetto che mi sta aiutando a pianificare uno sviluppo futuro. Penso che un curatore possa essere una artista e che mostre ed eventi possano diventare a loro volta opere d’arte. Sto imparando molto. Ovviamente io ero e resto un’artista visuale: dipingere, creare ambienti o eventi è la cosa che mi entusiasma di più. In futuro mi piacerebbe riuscire a portare l’esperienza dell’Apartment A in Italia, se qualcuno avesse una location da proporre…

A cosa stai lavorando in questo momento e cosa sogni per la tua carriera da artista?

In questi giorni sto cercando di allargare il team del progetto Apartment A, come avrai capito dovremmo a breve iniziare a lavorare su una nuova location, ma questa volta partiamo già con le idee chiare e con la possibilità di strutturare meglio l’attività sia culturale che commerciale. Per la mia carriera sogno quello che sognano tutti: fama imperitura, soldi a palate e un adeguato numero di toy boys. Su quest’ultimo punto c’è una certa discordanza di visione col mio compagno, ma ci sto lavorando su.

Cosa ne pensi della scena attuale, tedesca e italiana, di arte urbana e di graffiti writing?

Io ho una certa età, vengo da un contesto diverso in cui essere un writer significava condividere una storia, essere parte di un movimento. La mia impressione è che le logiche commerciali e un certo spirito concorrenziale stiano prevalendo, un po’ per la tendenza generale della società, un po’ per l’arrivo sulla scena di soggetti che, prescindendo dal valore della loro produzione, non hanno avuto modo di essere partecipi dello spirito di un tempo e non ne sono influenzati. Anche i social media giocano un ruolo non da poco nella stessa direzione. Un tempo il modo principale di espandere i propri orizzonti al di là della realtà locale erano le fanzine autoprodotte, un lavoro di gruppo. Oggi c’è Instagram, ognuno da solo carica le sue foto delle sue opere sul suo profilo e perde preziose ore di vita solo per capire quali hashtag gli daranno maggiore visibilità. La mia non è una critica ai social media, intendiamoci: anche io ne faccio largo uso e hanno un enorme potenziale. Sto dicendo solo che oggi si può fare da soli mille volte di più di quello che una volta si poteva fare solo in gruppo. Questo influenza la percezione del sé in relazione al gruppo e del gruppo in quanto tale. Comunque questa è solo una tendenza generale ed esistono (e resistono) artisti e gruppi che sfuggono con successo a queste logiche.

Ti manca il graffiti writing?

Ho nostalgia di certe dinamiche, ma non di alcuni modi di pensare e di alcune mode. Comunque meno di un mese fa sono uscita con un paio di writers storici berlinesi e ho rifatto dopo tanto tempo uno dei miei puppettoni. Ecco quando risenti che lo stile e la forza sono ancora con te ;-D
Ultimamente mi piace la voglia di sperimentazione che c’è dietro il trash graffiti.

Apartment A va avanti anche grazie all’impegno di un team di amici, specializzati in ambiti diversi, dalla cucina alla falegnameria. Da sempre collaborazioni e reti sociali hanno fatto parte del tuo modo di vivere e lavorare: cosa ti ha insegnato il lavoro di squadra? Ora con chi sogni di poter collaborare?

Ho imparato il rispetto per il lavoro altrui e la capacità di mettere da parte i personalismi a favore del progetto comune. Mi piacerebbe collaborare con sempre più persone che condividano questo approccio e che siano mosse non solo da autentica passione, ma che abbiano anche una visione organica che includa gli aspetti di mercato.

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