Chi ha paura del rumore?

In un articolo del New Yorker qualche mese fa, intitolato «Is noise pollution the next big public-health crisis?» l’autore David Owen – che si occupa spesso di inquinamento acustico ed è in uscita negli Stati Uniti con un saggio sul tema, intitolato Volume Control: hearing in a deafening world – avvia una lunga analisi delle conseguenze prodotte dall’inquinamento acustico sulla salute umana, portando esempi che equiparano l’eccessivo rumore dei centri urbani a problematiche di dominio pubblico come l’inquinamento atmosferico, sottolineando l’assenza di una sensibilizzazione adeguata e di norme che agiscano in maniera efficace al riguardo. Nell’articolo viene riportata l’analisi condotta da Bruitparif, un’associazione no-profit francese che si occupa di inquinamento acustico, nella quale, attraverso una “mappa del rumore” di Parigi, si nota quanto nei quartieri più rumorosi ci sia un’aspettativa di vita più bassa di tre anni rispetto alla media cittadina. Solo da inizio millennio gli studi si stanno concentrando significativamente sul legame tra zone ad alto tasso di inquinamento acustico e impatto sull’ambiente, che dimostrano, banalmente, un nesso con maggiori emissioni di CO2, ma registrano anche anomale alterazioni dell’ecosistema, dal normale ciclo vitale della fauna fino all’andamento delle migrazioni degli uccelli. Non bastasse, questi stessi studi recenti, parlano anche di un aumento del numero di patologie psico-fisiche causate o deteriorate dall’inquinamento acustico, che riguardano generiche forme di stress e di ansia, fino a danni permanenti al sistema uditivo. Uno di questi, per esempio, è l’iperacusia: un disturbo da ipersensibilità al suono causato dall’eccessiva esposizione a rumori di alto volume, che nelle forme più acute provoca dolore acuto e una pressoché totale intolleranza ai rumori ambientali quotidiani ai quali siamo tutti abituati, anche se si dà il caso che non siano affatto normali per le nostre orecchie.

Insomma, una brutta vitaccia per chi ne è affetto, simile a quella dei misofonici: conoscerete sicuramente almeno una persona – sempre che non siate voi quella persona – che va totalmente fuori di testa all’ascolto di rumori ordinari ripetuti, nella maggior parte dei casi legati alla masticazione, alla respirazione o a rumori metallici. Si tratta di una forma di intolleranza relativamente diffusa agli stadi più superficiali, ma che nelle forme più acute è connessa a disturbi neurologici e psichiatrici anche gravi. In ogni caso, guarda un po’, l’inquinamento acustico e il rumore di fondo che anche in questo momento, se ci fate caso, fa da sottofondo alla nostra vita, non aiuta affatto.
È curioso quanto l’aumento esponenziale del rumore di fondo in ogni momento della giornata, sia inversamente proporzionale a quello presente nella musica dell’era digitale. È quello che sostiene Damon Krukowski, ex batterista dei mitici Galaxie 500, autore di reportage su The Wire e Pitchfork tra gli altri, che ha tenuto corsi su musica e scrittura ad Harvard. Ascoltare il rumore (pubblicato in Italia da SUR) è un saggio illuminante per qualunque fruitore medio di musica in streaming, ed è ricco di informazioni e spunti che vanno ben al di là del singolo campo musicale. Krukowski tocca temi e avvia riflessioni che riguardano più in generale il mondo contemporaneo dominato dalla tecnologia digitale, un mondo così tanto riluttante verso tutto ciò che è “rumore” – ovvero, tecnicamente, tutto quel che è superfluo – e impegnato a produrre quanto più “segnale” possibile, ovvero, al contrario, tutto ciò che è utile al sistema per catturare la nostra attenzione.
La musica, appunto, ha risentito tantissimo di questa dittatura del segnale, a causa dell’avvento delle registrazioni digitali all’incirca verso la metà degli anni Settanta e definitivamente degenerata sulle piattaforme di ascolto in streaming. Queste tecnologie consentono di ripulire minuziosamente qualunque rumore che con l’analogico sarebbe stato impossibile eliminare, ma che, a giudicare dalla qualità dei risultati, non fanno altro che generare una bulimia di volumi altissimi e freddi, un inutile eccesso di segnale che sacrifica l’imprevisto e l’autentico. In altre parole l’analogico tollerava l’imperfezione, ma produceva risultati più reali e in un certo senso caratteristici e parte integrante della musica stessa (nel libro si fanno gli esempi dei rumori di fondo che hanno reso peculiari le canzoni dei Beatles in Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band o delle voci fuori campo in Pet Sound dei Beach Boys).

Non si tratta soltanto di una questione di feticismo musicale per collezionisti di vinili, ma anche di una più ampia questione di fruizione dei contenuti, gli esempi di questa dicotomia tra segnale e rumore sono molti: l’algoritmo che decide quali contenuti sui social meritano più spazio nei nostri feed e che a tutti gli effetti seleziona tutto ciò che è “segnale” e sacrifica il “rumore”, così come le frequenze e i volumi degli spot pubblicitari che sono tarati per inviare più segnale possibile agli utenti in ascolto. In senso più ampio stiamo perdendo progressivamente il contatto con “l’inutile”, con conseguenze immani per tutto quel che possiamo considerare la percezione della realtà circostante, piena di inquinamento acustico e priva di spazi vuoti da riempire con l’ignoto.
Tendenzialmente mi fido di John Cage, quando dice che il silenzio non esiste: anche in una camera anecoica si è destinati ad ascoltare il rumore del proprio battito cardiaco e persino quello del sistema nervoso. In altre parole, finché esistiamo ci sarà un sacco di casino su questo pianeta. Insomma, non vorrei sembrare troppo ottimista, però a giudicare dalle due o tre catastrofi incombenti, direi che un bel silenzio è ben avviato a verificarsi di qui a poco. Mica male.

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