Il Ritardatario | Album fotografico di Giorgio Manganelli, Il Latte dei Sogni, Palepoli

Album fotografico di Giorgio Manganelli, racconto biografico di Lietta Manganelli di Lietta Manganelli (ritardo: colossale, il libro è uscito 11 anni fa)

Nell’opera di Giorgio Manganelli è essenziale l’idea della letteratura come atto trasformativo della realtà in qualcosa che non è più reale, ma falso, fuorviante, menzognero. Poi, dentro questo libretto, leggo l’episodio della “cena” con Italo Calvino (che all’uscita, nel 1979, era andato in visibilio per il suo Centuria e voleva conoscerlo a tutti i costi): “Racconta Ginevra Bompiani che quando Calvino andò ad abitare a Roma attorno all’80, lo voleva incontrare e lo invitò a cena assieme ad Anna e Luigi Malerba, ma la cena fu un disastro, perché Manganelli arrivò molto prima e si volle mettere subito a tavola, per una specie di furia pignola che gli era venuta, sull’orario di cenare, per cui cenò da solo e se ne andò sgarbatissimo prima che gli altri si sedessero a tavola, questo per dire il suo carattere un po’ imprevedibile”.

Scrittore sontuoso, ricercato e assieme acquitrinoso, pigro viaggiatore di mezza età, avventuriero senza avventura, menestrello scorbutico, addestratore di fantasmi, visto attraverso i suoi lavori, il ritratto di Giorgio Manganelli è cangiante come l’addome iridescente di uno scarabeo egiziano. Il ludus manganelliano riflette una luce ipnotica, sorniona e sinistra, in una parola, decadente. Se si è detto tanto – e comunque, forse ancora troppo poco – della sua frenetica scrittura, poco si è detto di Giorgio Manganelli, della sua vita. E forse a dovere: non è detto che si debba sapere tanto della vita di uno scrittore, delle sue azioni, delle sue scelte umane. Potrebbero in qualche modo offuscarne l’approccio. Nel caso di Manganelli, le rivelazioni sulla sua vita si presentano invece essenziali per illuminare i suoi enigmi letterari, preziosi e sapienti, ma che spesso diventano coriacei tra le fauci del lettore non motivato. 

La vita imperscrutabile, esaurita, gaudente e asfissiata di Manganelli è tutta qui dentro. Il suo carattere “imprevedibile”, come tante altre storie, sarebbe rimasto occultato tra le pieghe del tempo se non fosse per questo libretto. Lo firma Lietta Manganelli, la figlia. Dire firmarlo è un po’ improprio perché accostarsi a questo libello equivale ad accostarsi ad un tavolino da pranzo con due caffè fumanti in tazzine minute ed un pacco di 109 fotografie da sfogliare per ascoltare il racconto accurato e trascinante di una figlia che racconta – a volte smaschera, a volte coccola – la vita del suo eminente genitore. 

La figlia, con la delicatezza del flâneur si aggira per i bastioni della vita del padre. Davanti alle 109 foto è un fiorire di storie e aneddoti attorno alla compagine del mostro manganelliano. Sembra proprio di leggere la storia di una creatura leggendaria. Scopriamo dove “il Manga” è nato, chi erano i suoi genitori e chi suoi avi; di come la madre lo bardasse da femminuccia nonostante la sua acuta bruttezza; di come fosse cane in matematica; di come riuscisse a stendere temi quando i suoi compagni abbozzavano solo pensierini e di come il nonno prendesse in giro la risibilità della sua natura da scrittore in un famiglia di commercianti, borsisti, praticoni.

Riguarda alla foto numero 16 leggiamo: “Il primo racconto si chiama La casa bianca, sembra uno delle Centurie, lui la scrive a 18 anni sul giornalino della scuola, ed è la storia di questa casa che si dissolve, lui è un uomo che guarda la casa, sa che lei non tornerà più perché è morta, e la casa pian piano si dissolve, è così che comincia a scrivere.”

Leggiamo anche del primo matrimonio goffissimo, subito dopo la guerra, da cui è nata Lietta e l’odio profondissimo della madre per quella occhialuta nullità del padre; la relazione disastrosa con Alda Merini, allora minorenne; il trasferimento/fuga a Roma e i 12 anni passati come pigionante nella famiglia Magnoni, che segue nei suoi tanti traslochi per la città, proprio come se fosse un familiare, o meglio un arredo della casa; l’amicizia profonda con Ebe Flamini – che era più madre, che amante. Scopriamo la sua esistenza da topo da biblioteca, da prelibato studioso, da psicoanalizzato – era seguito dal mitico Ernst Bernhard. Il primo incontro – bellissimo – con la figlia: “Scusi lei è il professor Manganelli?” “Sì” “Allora io sono sua figlia” e i miliardi di lettere in cui il professor Manganelli chiedeva alla madre il permesso di poter vedere la sua figliola: “No per carità, è debole di nervi, tu potresti solo rovinarla, scompari, sparisci, stai lontano”. 

Alla fine della chiacchierata, Lietta Manganelli sembra ratificare il padre, dopo averne asfaltato per bene il mito – con amore filiale, s’intende: se è vero che gli industriosi senza scrupoli vogliono far soldi per comprarsi castelli e tenere lontano con alti cancelli tutto e tutti, gli scrittori fanno esattamente la stessa cosa con la loro vitalità intellettuale e costruiscono una carriera di libri, prose e scritture per barricarcisi dietro e tenere il mondo e i mondani lontani, a tiro di schioppo.  

Un libro che diventa un labirinto di nomi, luoghi, volti, idiosincrasie, motti, riflessioni, richiami libreschi. Un vorace labirinto manganelliano, dove però ogni cosa è vera, reale, accaduta, riferita. Non traslitterata o rifondata dalla parola scritta, ma educata e tramandata dalla parola orale, che qui si propone come cataplasma da cospargere sugli spettri piagati che la pagina contiene ed esorcizza. Chi conosce la produzione del Manga troverà accordi con la sua poetica, chi non la conosce incapperà in serrature che scatteranno sotto i suoi occhi e che lo porteranno, ci scommetto, a compulsarne presto le pagine inverosimili e seducenti. 

Nel rimpiattino tra racconto del padre e racconto della figlia, disveliamo il rapporto stesso, spesso perturbante, tra reale e narrato: durante la guerra il padre aveva raccontato alla figlia che il giovane Manganelli, spia e patriota, s’era salvato dalla fucilazione grazie all’intervento provvidenziale di uno splendente ufficiale russo giunto per miracolo, ma poi scopriamo che non è vero, Lietta ci dice che a salvarlo era stato un maledetto fascista che aveva riconosciuto l’insegnante del figliolo. Album fotografico va preso come un’opera di Giorgio Manganelli. Un’opera più che postuma, un’opera transtemporale, che attraversa il confine della morte. Un’opera medianica e finale. Medianica perché scritta per mano della figlia e finale perché conclude e demistifica il cerchio letterario delle ficciones manganelliane, con un carosello di fantasmi in cui scorre la linfa della memoria. Una danza macabra, ma viva e pulsante. 

La vita di Lietta Manganelli, si capisce da questo fiume di parole, confessioni, ricordi, è saldata a quella del padre Giorgio. Il pinocchio in copertina, ciliegina sulla torta di un libro leggiadro e mortale, è un simbolo che rende ambiguo anche il racconto di Lietta. E qui si apre il labirinto dentro il labirinto e la concessione di capire come stanno davvero le cose, che cos’è verità e che cos’è racconto, diventa inutile, superflua. Quasi dannosa. 

Album fotografico di Giorgio Manganelli di Lietta Manganelli (Quodlibet)

Il Latte dei Sogni di Leonora Carrington (ritardo: sobrio, il libro è uscito nel 2018)

Ho un libro di Lenora Carrington, un libro magico che sfoglio quando desidero sprofondare. Giacché è un libro denso, lo tengo sempre un po’ da parte. È scritto in una lingua che non conosco, l’ho comprato solo perché è enorme e pieno di illustrazioni delle sue opere. Guardo di sottecchi anche i suoi libri di narrativa: Il Cornetto Acustico, La debuttante e soprattutto Giù in fondo, il diario scomposto e andaluso della sua manicomizzazione. Per la sua forte e scandalosa relazione con Max Ernst – quando scappano a Parigi lei ha appena vent’anni, lui quasi cinquanta – mi ricorda Unica Zürn, la musa di Hans Bellmer, conquistata, ma in pratica annientata, dall’ingombrante compagno. Tormenti certo, ma anche consapevolezza: la Carrington, sul limite della seconda guerra mondiale, scappa dal continente che stava per esplodere – come la sua esistenza – e si rifugia a Città del Messico. Ci rimane settant’anni, diventando la grande artista che conosciamo e sposando il fotografo ungherese Emérico Weisz da cui ha due figli, Gabriel e Pablo. 

La produzione di Leonora Carrington è mistero e magia. Ella vive la follia e la realtà allo stesso modo giacché – come osservava André Breton – è «munita di un permesso di circolare a volontà nei due sensi». In un certo senso è naturale la sua amicizia con un’altra “alchimista” del surrealismo, ovvero la solenne Remedios Varo. Con lei nasce un sodalizio archetipico, iniziatico e segreto, fino all’anno della morte dell’artista messicana avvenuta nel 1963.

Gli occhi della Carrington erano occhi gonfi e grandi, fermi, occhi come armi, occhi come scarpate. E i suoi lavori sono profondi e duri a volte, taglienti come pietre laviche. La sua opera d’artista è ammaliante come poche, e dopo quasi dieci anni dalla sua morte, inizia finalmente ad essere celebrata e conosciuta anche da noi. 

Il Latte dei Sogni ci mostra una Carrington diversa dall’eccentrica artista. Ci mostra la “madre” dei suoi due pargoli. Il libello ci permette di entrare nella camera dei suoi figli e di appoggiarci con lei ai letti dei due bambini, intimoriti dai totem grotteschi e selvaggi che la madre dipingeva a volte direttamente sui muri dello studio, tutto il giorno. Ecco allora che la giovane Carrington prepara per la sua prole spaurita degli antidoti magici, delle versioni benevole delle sue visioni, che racchiude in una serie di fogli e quaderni.

Leggiamo quindi le storie che Leonora aveva preparato per i suoi figli, ma anche per se stessa, per addolcire e addomesticare quelle forze ultraterrene che ribollivano nel suo cuore formidabile. Sono storie selvatiche, poco adatte ad una qualche forma di educazione o anche solo ad un sonno quieto e tranquillo. Le storie meravigliose di questo taccuino sono piccoli incubi vestiti alla marinaretta e con il sorriso ben stampato in faccia. Leggiamo la meravigliosa storia di John Senzatesta e della sua madre pasticciona che gli riattacca – con la gomma da masticare – la testa, ma al contrario oppure la malsana vicenda dei Pezzetti di carne, in cui l’orrida Lolita costringe dei discoli a mangiare la carne marcia che tiene ad imputridire in una scatoletta proprio per far star male i bambini – che odia in massimo grado. Il tono delle storie è distaccato e ironico, come compresso, e questa compressione è il suo fascino. È come se la Carrington cercasse di scrivere qualcosa di divertente, leggero per lo meno, ma alla fine, cedesse al suo istinto per il meraviglioso più selvaggio e buttasse giù storie strampalate, ma per palati davvero stravaganti. Ricordano davvero molto le storielle di Morte malinconica del bambino ostrica di un altro eteroclito prestato allo scrittura, quel Tim Burton, oggi del tutto scarico, ma autore tra gli anni ottanta e novanta di capolavori cinematografici, come Beetlejuice o Edward mani di forbice.

C’è un legame profondo tra infanzia e surrealismo. L’infante ha il tipico pensiero slegato dal quotidiano che fa gola ai surrealisti, e il pensiero non associativo tipico dell’infanzia è spesso la chiave con cui poter penetrare la realtà che sta oltre la realtà cogente e pesante. Molti autori ammirati dai surrealisti sono autori cosiddetti “per bambini”: penso ai libri di Alice di Lewis Carroll o ai limerick di Edward Lear. E l’anarchia travolgente dei loro scritti è l’ideale per i tanti autori geniali del novecento.

“Il latte dei sogni” è anche il tema della 59esima Biennale d’Arte di Venezia del 2022. È ispirato dichiaratamente a questo libretto di Leonora Carrington. La celebrazione di una grande artista tramite un libro minimo, rende evidente la portata di questa strana lettura, a malapena inquadrabile, e ancor meno addomesticabile, che una volta compiuta non manca di farci apparire i nostri incubi molto più simpatici e attraenti dei nostri tanto decantati sogni.

Il latte dei sogni, di Leonora Carrington (Adelphi Edizioni)

Palepoli di Usamaru Furuya (ritardo: quasi sincrono, solo 3 mesi)

Usamaru Furuya è uno dei mangaka di punta della produzione non allineata del fumetto giapponese. Il fumettista coltiva un gusto strambo e acre, tanto che il regista – strambo e acre pure lui – Sion Sono gli ha chiesto di produrre un fumetto ispirato al suo Suicide Club, film del 2002 incentrato su una serie di suicidi di massa di giovani studenti di Tokyo. 

Debutta nel 1994 proprio con questo Palepoli, sulla rivista Garo, leggendario baluardo del fumetto d’avanguardia nipponico, che ha purtroppo da alcuni anni cessato le sue pubblicazioni. In quel mondo liminale, il fumetto d’avanguardia coincideva anche con il fumetto brutto, disegnato male. Per alcuni autori infatti il fumetto disegnato male aveva uno spirito vivo, forte, commovente a volte, perché era libero dalle limitazioni intrinseche al manga benfatto. Questa idea di fare fumetti contrari alla lezione classica del fumetto esteticamente inattaccabile deriva ha preso il nome di Heta-uma, che tradotto sarebbe come dire Scarso-Capace. Piuttosto che fare vignette graziose, ma fruste e spompate, è preferibile che l’autore focalizzi tutte le sue energie sulla storia e quindi, ‘fanculo la tecnica, per dirla come Giovanni Lindo Ferretti, quello che mi interessa è l’anima di chi disegna e non la qualità del disegno.

C’è da dire subito che Usamaru Furuya è sì un fumettista underground, alternativo e di rottura, ma non è affatto scarso in quanto a tecnica, anzi è una specie di mostro. Palepoli ne è la prova. In queste tavole, raccolte da Coconino Press per la loro collana di manga d’autore Dokuin un volumotto dallo spiccato sapore orientale, vediamo scorrere vicende eccentriche e violente, ironiche e inafferrabili. Compiaciute a volte, ma mai compiacenti. Tutte non più lunghe di una singola tavola. Senza alcun dubbio queste storie fulminee grondano lo spirito vivace caro all’Heta-uma, ma, al contempo, mantengono una resa visiva esorbitante che lascia spesso senza parole. Il tratto è ricco ed inquietante, le ombre calano sui volti dei personaggi creando un effetto di tenebrosa quotidianità. Allo stesso tempo la valvola della demenza è aperta a manetta e il contrasto tra l’assurdo e la perfezione stilistica trasformano questo libro in una specie di arma non convenzionale, a doppio taglio per chi non è ben predisposto alla visionarietà rivoluzionaria delle visioni di Furuya.

Il volume si dirama per più di 150 pagine ed in ogni pagina troviamo lo stessa divisione ritmica, lo stesso inscatolamento direi, in quattro vignette seguendo lo schema – abbastanza collaudato – dello yonkoma manga. Questa struttura è detta Kishōtenketsu e, come accennato, è una molto utilizzata dagli autori di manga. Il termine stesso indica i 4 step: 1) Ki è la presentazione;2) Shō sviluppa la storia; 3) Ten è la svolta, l’imprevisto; 4) Ketsu è il finale. La struttura è formalizzatissima, con la tipica capziosità giapponese, ma in poche parole siamo davanti ad un mini fumetto autoconclusivo diviso in quattro vignette. Questa reiterata schematicità “aiuta” ad ipnotizzare il lettore e ad accrescerne la sensazione di disagio, che va di pari passo a quello estremo divertimento. 

La pubblicazione di Palepoli comincia nel 1994 e procede, tavola dopo tavola, fino al 1996. Grazie anche all’ossessiva presenza di riferimenti sacri, si respira un’aria di Apocalisse, come se questo fumetto – non so bene come definire questa sensazione – sia sopravvissuto a qualche terribile catastrofe e sia giunto a noi per una volontà superiore, miracolo divino o tranello del diavolo. Arriva quasi da un’altra dimensione, da un mondo discosto leggermente dal nostro, perfettamente anormale rispetto a quello in cui viviamo. Puro unheimlich d’ascendenza freudiana. Azioni e situazioni d’ogni giorno come il ritiro dei rifiuti urbani, il guardare attraverso lo spioncino della porta, le riprese di una telecamera a circuito chiuso, scendere ad una stazione della metropolitana diventano circostanze oscure, cornici surreali, cariche di ambiguità e riflessione. 

È come vedere una lunga puntata di un Monty Python’s Flying Circus composto da soli sketch gore, oppure seguire le tappe di una via crucis alternativa, soffocante e drogata. In questo volume succede davvero di tutto: storie che si snodano pian piano, citazioni cinematografiche, parodie di altri manga, meta-gag, trionfi dell’assurdo, surrealismi spinti all’inverosimile, allucinazioni ottiche e anamorfiche, citazioni del Rinascimento e apparizioni continue del corpo di cristo, visite all’inferno e al paradiso, reiterazioni di situazioni, esperimenti grafici, scricchioli notturni. Non è un caso che lo stesso Furuya indichi il postmodernismo come ispirazione principale per questi suoi assurdi yonkoma. Si tocca con mano un certo senso di follia sfrenata tanto è vero che l’accostamento più diretto che mi viene da fare è con i lavori di Shintaro Kago, anarchico maestro di sfrenatezze e leader incontrastato dell’Ero guro contemporaneo. 

Non a caso ho associato Palepoli ad una via crucis: i simboli e riferimenti religiosi al suo interno si sprecano. Il più efficace è di certo il Cristo appeso tra gli insetti di una raccolta entomologica. Anche se storicamente il Giappone non è mai stato aperto nei loro confronti, Furuya è affascinato dai miti religiosi dell’Occidente, come noi occidentali siamo affascianti da quelli degli orientali, e fruga nel retrobottega simbolico del cristianesimo con solo apparente disordine. Se la religione è la risposta all’insensatezza della vita, perché non rendere insensata la religione per eseguirne uno stress test definitivo, per saggiarne a pieno la potenza e la resistenza? Palepoli è questo stress test. Come sia andata questa verifica non è dato saperlo, ma Furuya ritornerà sulla necessità del divino con lo straordinario La Musica di Marie, manga dalla struttura più classica, dove l’analisi della religiosità è il perno dell’intera vicenda. 

L’edizione Coconino Press è pregevole. In copertina, un magnifico angelo rinascimentale è esaltato da una lavorazione con l’oro che rende perfettamente il clima sacro di questo dissacrante volume. E non è da meno la retrocopertina, dove l’autore fa il verso al globo de La creazione del mondo di Hieronymus Bosch – che racchiude dentro di sé il Trittico del Giardino delle Delizie. È un mondo ai suoi esordi, in attesa della luce del principio di tutto, oppure un placido paesaggio di rovina, dove ogni cosa è stata sterminata dall’angelo della distruzione? Chi lo sa? È comunque meravigliosamente sospeso nel vuoto, come l’esistenza di ognuno di noi. 

Palepoli di Usamaru Furuya (Coconino Press)

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