Paulette è una giovinetta d’età imprecisata, cresce nell’agio di una famiglia straricca e gode di ogni momento della sua giovane vita attraverso il suo corpo, prorompente via lattea solcata da ogni genere di fulgenti e sbarazzine comete. L’innocenza e la bellezza sono una combinazione straordinaria, soprattutto nella Francia parruccona del dopoguerra, sconquassata dagli eventi di una primavera incendiaria come quella del 1968, per cui la pulzella non manca di destare scandalo ed interesse nella società in cui inizia curiosa ad affacciarsi.

Mentre Paulette osserva il mondo dal suo letto come una moderna Cleopatra, un gruppo di malviventi progetta di rapirla per chiedere il riscatto ai suoi genitori, i Guildebert, facoltosi industriali rinchiusi nella stessa gabbia dorata della figlia. Albert, uno scagnozzo dei bassifondi, cattura facilmente la ragazza, il riscatto viene pagato, ma i gangster decidono di ucciderla perché sa troppo. Come nei più smielati romanzi d’appendice il bruto si innamora della bella e Albert decide di non eseguire gli ordini, nascondendo Paulette in una capanna, nel profondo del bosco di Fontainebleau da uno suo compare, l’orribile vecchio misantropo Joseph, il quale vive come un romito senza mai lavarsi in una capannaccia degna di uno scarafaggio. Albert promette che tornerà, giusto “il tempo di organizzarsi”, ma ha fatto i conti senza l’oste: il boss lo liquida all’istante al suo ritorno, anche lui sapeva troppo. Paulette, bionda e formosa, turba il burbero, il quale però approfitta della presenza della giovane per farsi trattare da re. Paulette, che infondo vuole solo un marito e una casetta da rassettare, serve il vegliardo con tanto di massaggio ai piedi e se ne innamorerebbe se non fosse che Joseph è davvero decrepito e sicuramente non gli reggerebbe il cuore a vivere accanto ad una così tanto bella figliuola. Un giorno avviene l’incredibile: mentre è in cerca di funghi per sfamare il suo scorbutico tutore, Paulette incappa in una talpa magica e mezza cieca, la quale le concede di esaudirgli un desiderio. È l’occasione giusta per far ringiovanire Joseph e vivere una vita felice al suo fianco. Paulette allora porta il piccolo mammifero nella baracca e la talpa è pronta ad accontentare la richiesta della ragazza, ringiovanire Joseph di almeno 40 anni e trasformarlo in un gagliardo giovanotto, se non fosse che a causa della scarsezza della sua vista scambia Joseph per una vecchina e sì che lo ringiovanisce, ma trasformandolo in una procace ventenne. Joseph diventa così una bellissima ragazza, l’amica ideale che Paulette si porterà appresso nelle sue smaliziate avventure.
Tutto questo avviene solo nelle prime 10 tavole, che sono una specie di introduzione alla vicenda che si dipana con lo stesso ritmo forsennato per altre 120 pagine senza mai essere ridondante, senza mai mettere un piede in fallo, senza mai inciampare in un passaggio poco rodato. Le (forsennate) avventure di Paulette in Francia coprirono un arco di anni molto corposo, dal 1971 al 1984. Sono composte da sette episodi più o meno lunghi, la nuova edizione italiana targata Oblomov, curata e regale (ma, almeno nella mia copia, con lievi imperfezioni nella resa di alcune vignette), presenta i primi due mitici episodi, cui seguiranno gli altri cinque.
Paulette è sexy, ma molto casta, ricchissima, ma con simpatie di sinistra, giovane, ma infondo tradizionalista. È la bandiera estremizzata di una categoria di giovani ribelli francesi che dopo aver lanciato molotov e sampietrini contro la polizia in piazza a Parigi, alla sera non disdegnano di dormire tra le lenzuola di seta della loro casa in campagna. Gli autori, Georges Wolinski e Georges Pichard, hanno il coraggio di prendere per la collottola quella casta di riformisti ed analizzarla in lungo e in largo, da capo a piede, ed appuntare su di un taccuino ogni displasia, disordine, paradosso, ipocrisia che il loro occhio iconoclasta registrasse, con uno scrupolo che capovolgeva lo slogan sessantottino “Vietato vietare” in una forma deleteria e sarcastica. Da quel canovaccio salta fuori un punto di vista ancora oggi tagliente (figurarsi all’epoca) e sogghignante (propriamente alla Charlie, l’arcinota rivista francese dove il fumetto venne pubblicato per la prima volta, nel 1971).
Paulette è un buddha sensuale, una creatura splendete a cui ogni essere umano devotamente si prostra abbagliato dalla sua illuminante joie de vivre. Ai piedi di Paulette cade mezzo mondo e l’altro mezzo sta a guardare scandalizzato, Paulette è un’onda individualista che spazza via l’affettazione di un ventennio, quello che è seguito alla liberazione nazifascista, che era come rimasto costipato, affaticato, arrugginito dalla paura del cambiamento, ma anche il conformismo di quei ragazzi che avevano con rabbia alzato la testa e poi di fretta l’avevano ritirata. Paulette non è infatti il frutto delle peristalsi liberatorie del maggio francese, di quelle vere e proprie rivolte, ma ne è la parodia radicalmente anarchica. Wolinski e Pichard, menti di platino, osservano dal balcone quello che succede nella loro patria e, dopo due anni da quella fatidica stagione, sintetizzano la magistrale creatura che ancora oggi ci fa girare la testa.
In Italia Paulette arriva in sincrono con la versione francese sulle pagine di Linus, contribuendo a far crescere tutta una generazione di lettori affamati e futuri fumettisti con le avventure baldanzose di quella dea bianca e facendo conoscere l’ironia infuocata e politicamente scorretta di quel geniaccio di Wolinski, che una tragica ironia vuole vittima propria della furia di inappellabili censori armati di fucili automatici nella tragica cornice della strage alla redazione di Charlie Hebdo del 7 gennaio del 2015.
La letteratura, anche la più alta, è prima di tutto intrattenimento (la versione cartacea di una partita di calcio, per dirla con Thomas Ligotti) e se questa idea vale per il suo cugino nobile, il fumetto non può certo prescindere da una regola così ferrea. Ecco perché un’eroina come Paulette è sopravvissuta a così tanti anni ed ancora oggi le sue avventure sono miracolosamente allettanti: perché è un pupa incredibile a cui accadono cose incredibili, e tutt’attorno è cesellato un mondo altrettanto incredibile, scintillante, popolato da donne meravigliose e vecchi pervertiti, in cui il lettore è l’unico ideale spasimante di una così succinta protagonista. Chi non si innamora di Paulette, donna o uomo che sia, non ha cuore. Questo impianto non sarebbe altro che una bazzecola per giornaletti venduti dal benzinaio a pochi centesimi se non fosse sorretto dalla scrittura di Wolinski e dalle chine afrodisiache di Pichard. Un connubio fortunato, ma non fortuito, che ha dato al mondo un’opera impareggiabile perché prodotta dallo stato di grazia dei suoi autori e della sua stessa epoca – l’Europa protoconsumista del patto atlantico, che nel 1971 era ad un crocevia capitale.
Noi che siamo venuti dopo sappiamo come quella storia andrà a finire, sappiamo come il ’68 si riverserà negli anni settanta e come tutto si ingarbuglierà perdendo la carica della necessità e portando a nuove violenze, a nuove politiche repressive, frustrando la forza di una rivoluzione che pareva inevitabile, ma sembra che anche Wolinski-Pichard abbiano annusato nella giusta direzione l’aria e profeticamente abbiano potuto intuire non poco riguardo le cose future. La loro sventagliata iconoclasta trivella la Francia dell’epoca con bisturi fastidiosissimi: il fatto che l’annoiata rampolla Paulette si riveli una gauchista, una sinistroide, una piccola comunista ben protetta dentro il suo fortino di lingotti d’oro, gioielli e camere d’albergo, mi sembra la fotografia perfetta di un movimento sorprendete e vitale, ma portato al guinzaglio di un’ipocrisia di fondo che lo ha messo facilmente alla berlina di successive analisi ideologiche schiette e scientifiche. Paulette al contrario si libera di ogni paludamento ideologico e la sua supposta anarchia sovversiva non è pensiero, non è azione, non è reazione, ma è corpo, è il suo corpo, un corpo usato come emblema, come gonfalone, come vessillo, un corpo che scombina come un corteo la pace delle strade, nella franchezza ingenua delle sue battute che vale mille comizi di un capo operaio, nella scucitura di un suo abito che fa intravedere qualcosa di più appagante del raggiante sol dell’avvenire.
Oggigiorno la valutazione di Paulette è facile, e per questo motivo liberatoria: una storia formidabile, che di pagina in pagina cambia rapida come un camaleonte, procurando una godibilissima sensazione di sballottamento, una raffica di battute e un fiorire di intuizioni, ora serpentine e magiche, ora scorrette e sarcastiche, che scompongono costume e società, scansano di lato politica ed attualità, il tutto servito da una protagonista perfetta, ammiccante e esuberante, pura ma prorompente, roba che vale un intero manuale di scrittura a fumetti o, se preferite, mezza giornata di lettura sghignazzante con la finestra aperta, mentre il mondo si sgola, in preda a non si sa che furia od affanno, là di fuori.
Paulette (Vol.1) di G.Pichard e G.Wolinski, recensito con 8 mesi di ritardo.


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