Viaggio intorno ai progetti e alla architetture mai realizzate
Se Marty McFly con la sua DeLorean anzichĂŠ a Hill Valley fosse partito per un viaggio nel futuro delle nostre parti, lasciando il fatidico Almanacco Sportivo nelle mani sbagliate, magari avremmo potuto ammirare una Roma diversa.
Accelerando fino alle 88 miglia orarie su una strada (no, non lo faremo volando visto che nel futuro in cui siamo diretti le strade ci servono eccome) certi che per quanto riguarda invece la ricerca dei rifiuti con cui alimentare il nostro âFlusso Canalizzatoreâ non dovremmo avere grossi problemi.
Un boato e poi due strisce di fuoco ed eccoci cosĂŹ in un 2019 alternativo, un futuro distopico in cui a Roma sono stati realizzati tutti gli edifici immaginati dagli architetti e dagli urbanisti dellâultimo Secolo. Ecco dunque la nostra DeLorean materializzarsi proprio lungo lâautostrada intasata che conduce alla Capitale, il traffico è caotico ma questa non è una novitĂ . Siamo sulla Milano-Napoli e dalle parti di Settebagni ci accoglie una sagoma sinuosa, inedita, quasi precaria, una specie di pila di piani non perfettamente allineati lâuno sullâaltro; si tratta del Motel Agip progettato da Mario Ridolfi nel 1968 come una sorta di âportaâ per i viaggiatori in arrivo nella cittĂ eterna. Grande Giove, ha funzionato! Siamo davvero in un presente che non è mai esistito! Questa torre di ristoranti e camere pensata alla fine degli anni Sessanta sulla scia del grande boom economico appena lasciato alle spalle, prevedeva un mondo dominato dalle automobili, in cui il Motel avrebbe rappresentato per i moderni viaggiatori ciò che porta del Popolo era per Goethe: lâannuncio di una meta. Un concetto architettonico ormai in disuso che tuttavia il buon Ridolfi decise di rielaborare e attualizzare in unâepoca in cui lâingresso in una cittĂ veniva giĂ sancito da anonimi cartelli autostradali in corrispondenza di uno svincolo.
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La prima cosa da fare a questo punto è cercare di orientarsi in un panorama completamente diverso da quello che siamo abituati a conoscere. SĂŹ, perchĂŠ contrariamente a quello che ci aspettiamo non câè nessun Grande Raccordo Anulare. Il mitico GRA del nostro presente, simbolo di asfalto che cinge la CittĂ Eterna, a metĂ tra unâaureola di santitĂ e una prigione, semplicemente non esiste. Il Piano Regolatore varato nel lontano 1962 stabilisce infatti che sarebbe stata lâAutostrada a lambire tangenzialmente il margine orientale della cittĂ piuttosto che a circondarla a moâ di anello. Per noi oggi potrebbe apparire una scelta scellerata, eppure questa intuizione urbanistica di Luigi Piccinato è brillante: se il centro di Roma è soffocato dal traffico e dallo smog occorre costruirne un altro nel quale decentrare tutti gli uffici e i ministeri in modo da liberare la cittĂ storica dal caos. Ecco che per riuscirci occorreva quindi creare un asse decentrato e di certo non un anello stradale che ribadisse ulteriormente quella secolare centralitĂ .
Ora il nuovo cuore pulsante della città è lĂŹ, su quellâasse, davanti ai nostri occhi, e si fa sempre piĂš grande e imponente a mano a mano che ci avviciniamo lungo lâautostrada. Appare come una specie di canyon di architetture fantascientifiche, una cittĂ degna di Blade Runner, un groviglio quasi incomprensibile di volumi giganteschi ai due lati di questo serpentone dâasfalto. Lâimponente asse attrezzato, esteso una ventina di chilometri e soprannominato SDO, è il Sistema Direzionale Orientale, sorto proprio lungo quella direttrice come alternativa eccentrica alla Roma storica, un progetto che ha letteralmente rivoluzionato tutta la metropoli.
Del resto, per tutto il secolo si era tentato inutilmente di scardinare lâassetto di una cittĂ consolidata nei secoli. Ci provarono il barone Houssmann, che immaginava un nuovo centro oltre Monte Mario, e persino Garibaldi, proprio lâEroe dei Due Mondi, che caldeggiava invece una faraonica e utopica â quella sĂŹ â deviazione del Tevere a Oriente.
Riprendiamo dunque il nostro viaggio e ci dirigiamo proprio verso il centro che custodisce le vestigia millenarie. I Fori Imperiali, ironia della sorte, sono diventati un laboratorio di sperimentazione ininterrotta a partire dalla costruzione del mussoliniano Palazzo Littorio del 1934. Terragni piĂš di tutti interpretò questo bisogno di modernitĂ al punto da ideare un edificio di cemento, marmo e vetro esattamente di fronte allâantichissima basilica di Massenzio. Un accostamento quasi sacrilego ma in realtĂ affascinante e riuscitissimo che rappresentò solo lâinizio di una nuova architettura romana. Negli anni Ottanta poi si tornerĂ a discutere del futuro di quellâarea quando si paleserò la volontĂ , da parte dell’Amministrazione Capitolina, di ricongiungere gli scavi senza soluzione di continuitĂ con lâobiettivo di creare la piĂš vasta e importante area archeologica del mondo. Da allora gli architetti si sono misurati, ripetutamente e senza remore, con quello che è probabilmente uno dei luoghi piĂš delicati del pianeta a cominciare dal suggestivo Museo della Velia Ricostruita firmato nel 1988 da Benevolo e Gregotti e dalle passeggiate archeologiche prima di Fuksas e poi di Purini e Chipperfield.
A questo punto risaliamo per via Cavour e ammiriamo da vicino il Teatro dellâOpera per il quale Ludovico Quaroni ha realizzato la nuova facciata con un grande colonnato, quasi una citazione della vicina Termini e della sua testata monumentale con le mastodontiche colonne. La storia di quella che è la piĂš grande stazione dâItalia è senzâaltro emblematica: nel pieno dellâepopea moderna il Duce pretese â e ovviamente ottenne â che la facciata principale fosse invece di stampo classico, con il retorico colonnato che non avrebbe sfigurato nemmeno nelle vicine terme di Diocleziano. Il risultato è una costruzione gigantesca e senzâaltro imponente ma che, nonostante ciò appare ben poca cosa, se confrontata con lâenormitĂ della Mole Littoria sorta accanto al Parlamento. Non inganni il nome, altro non è che un immenso grattacielo â ancora oggi il piĂš alto dâEuropa â che con i suoi oltre 350 metri domina la cittĂ gettando la sua ombra sullâantico rione di Campo Marzio. Per intenderci è come se lâEmpire State Building fosse costruito in riva al Tevere. Un edificio ancor oggi straordinario ma addirittura impensabile nel 1926, anno in cui il suo creatore, Mario Palanti, la propose a un titubante Mussolini.
Siamo ormai in pieno centro, in quella che un tempo era definita lâansa barocca, e da lĂŹ proseguiamo verso piazza del Popolo non prima, però, di aver ammirato la modernitĂ di ponte Garibaldi. Tanto è ridondante la retorica magniloquente del grattacielo fascista cosĂŹ questo ponte appare moderno e leggero. Ă stato progettato da Bruno Zevi e Myron Goldsmith come omaggio alle sperimentazioni di Musmeci e in polemica contrapposizione proprio allâipertrofia mussoliniana. Un ponte, questo sĂŹ, assolutamente moderno in cui i pilastri dâappoggio sono in realtĂ delle sinuose curve dettate da raffinatissimi calcoli matematici che determinano le sollecitazioni a cui tutta la struttura sarĂ sottoposta. Una costruzione ancora oggi avveniristica.
Dirigendoci verso piazza del Popolo poi abbiamo giusto il tempo per ammirare di sfuggita, dalle parti di via Giulia, la complessa struttura del Museo della Scienza di Sacripanti, una macchina gigantesca calata nellâarea di piazza della Moretta che proietta nel cuore di Roma un inquietante segno neo-futurista. Altro che Parigi e il suo Beaubourg!
Finalmente ripartiamo proseguendo verso Nord fino a piazza del Popolo, lĂŹ varcata la porta eccoci su piazzale Flaminio: di fronte alla sorprendente prospettiva creata nei primi del Novecento da Armando Brasini. Un boulevard circondato da portici e colonne baroccheggianti pressochĂŠ infinito che conduce fino alle pendici di Monte Mario, nella zona dellâantico ponte Milvio. Questa volta lâaggettivo monumentale sarebbe riduttivo; lâopera del 1915 sembra un progetto molto piĂš antico. Un rettifilo interminabile, in continuitĂ con quello di via del Corso, lungo il quale Brasini ha disposto architetture decoratissime e immense: lo stadio, un teatro, ben due ponti, un edificio termale, il monumento a Michelangelo, quello a Leonardo, dei giardini allâItaliana e persino due cascate. Qualcosa di difficilmente descrivibile a parole.
Ă evidente che una tale visione architettonica sconfina spesso in una dimensione paesaggistica accompagnata da arte e scultura. Nel 1936 del resto anche Luigi Moretti -subentrando alla direzione dei progetti per il vicino Foro Mussolini â si rifĂ a un modello analogo per lo sterminato Arengo delle Nazioni con la statua del Fascismo⌠un colosso di novanta metri (piĂš alto della statua della LibertĂ ) in bronzo raffigurante il Duce con le sembianze di Ercole.
Certo se nel nostro presente si âtribolavaâ per le vicende del nuovo stadio, in questo 2019 alternativo la storia è ben diversa. A pochi da noi infatti si erge il gigantesco stadio progettato da Nervi e vitelloni per oltre 120.000 spettatori.
A far da contraltare al Foro Italico troviamo, a Sud, l’E42, il quartiere dellâEsposizione Universale coronato da un immenso arco ideato da Adalberto Libera. Al di sotto della scultura di Libera, unâaltra architettura futuristica: il Padiglione dellâAcqua e della Luce, un prodigio del cemento armato, una spirale vetrata che si avvolge su stessa sfidando le leggi della statica, un gioiello realizzato da un giovanissimo Pier Luigi Nervi.
Insomma una Roma disseminata di edifici sbalorditivi, talvolta altissimi, in altri casi avveniristici ma spesso anche inquietanti e sinistri figli di un mondo nel quale non vorremmo davvero vivere. Per emozionante che possa essere attraversarla, la cosa migliore che possiamo fare è distruggere quel dannato Almanacco Sportivo affinchÊ questa Roma rimanga sui libri di architettura e nei disegni dei progettisti di allora.


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