Out Of The Box | Gianni Puri

Capita nell’ambito dell’illustrazione di sentire portare avanti il punto di vista per cui la specializzazione estrema – da un punto di vista stilistico o di medium utilizzato – sia l’unica possibile strada per dominare una tecnica, rendersi riconoscibili e sviluppare una propria voce inconfondibile. Il limite di questo approccio è che si perde di vista la possibilità che la complessità sia una ricchezza, la multidisciplinarità un valore, e il lavoro di un artista che attraversa ambiti diversi si alimenti di questo passaggio e di questa porosità.
L’illustrazione di Gianni Puri ne è un esempio: illustratore, architetto e musicista, si muove tra queste tre discipline trasportando le suggestioni e le lezioni di un settore negli altri due, sintetizzando questi spunti in uno stile grafico pulito e rigoroso, ma ironico, e in cui l’aspetto materico degli elementi ha un ruolo fondamentale.

Abbiamo parlato di Munari, dell’importanza delle esplorazioni senza scopo, di fare del lavoro che abbia un valore non solo creativo ma umano ed empatico, e degli occhiali sul naso di Paolo Brosio.

La contaminazione sembra essere il principio fondante della tua produzione: sei illustratore, architetto e musicista. Cosa pensi che alimenti questo desiderio di muoverti tra sfere differenti, e cosa ti porti dietro nell’illustrazione dagli altri ambiti?

Sono sempre stato un tipo molto curioso e lo sono tutt’ora, mi piace capire le cose, approfondire, provare a fare per capire meglio. Quindi mi piacciono davvero un sacco di cose ma, fra tutte, l’architettura, l’illustrazione e la musica sono le tre discipline alle quali mi sono dedicato con maggiore attenzione.
Nel corso degli anni ho dovuto concentrarmi su ciascuna di esse un po’ a fasi alterne e in alcuni periodi (considerando le dinamiche lavorative, familiari e della vita in generale) ho pensato di dedicarmi ad una sola, tralasciando le altre due.
Nel tempo però ho capito che mi mancava qualcosa: se ne facevo una me ne mancavano due, se ne facevo due me ne mancava una.
Un po’ come quei puzzle da tre pezzi per i neonati.
Capire questo è stato fondamentale e mi ha portato quasi a reimparare queste tre discipline affinché potessero coesistere nella mia vita.
Un po’ come fare juggling: prima una pallina, poi due, poi tre.
A quel punto giochi, ti diverti, inventi acrobazie, nuove mosse e alla fine non importa se una è una pallina, una un birillo e l’altra una racchetta perché si muovono sempre insieme e fanno parte dello stesso spettacolo.
Questa giocoleria mi ha fatto capire un sacco di cose: che si può fare tutto, che aggiungere non implica sottrarre ma può addirittura portare alla sintesi e che la vita è piena di cose superinteressanti che ti arricchiscono sempre.
Ad esempio l’illustrazione è diventata un vero è proprio strumento compositivo in ambito architettonico e non solo rappresentativo. Allo stesso modo, gli equilibri dei rapporti tra gli elementi su una tavola illustrata hanno tantissimo in comune con i legami strutturali di un brano musicale.
Comunque, se dovessi scegliere un solo aspetto dell’architettura e della musica che porto sempre con me nell’illustrazione direi che dall’architettura ho imparato che il contesto è più importante dello stile; dalla musica che lo stile può stravolgere il risultato.

Il tuo stile è improntato dall’uso di blocchi di elementi geometrici, grafici e bidimensionali, ma questo tipo di composizione diventa spesso lo spunto per delle maschere e delle costruzioni che richiamano le scenografie: pensi che ci sia una componente di teatro nella tua produzione di illustratore?

Assolutamente sì. Mi piace molto la sintesi, anche se più come presupposto compositivo che non necessariamente come risultato finale, e per questo mi piacciono i limiti. Mi diverte molto giocare con pochi elementi e ottenere tanti risultati diversi semplicemente cambiandone un aspetto come la grandezza, il colore, la materia, la posizione. In questo senso mi piace lavorare combinando figure bidimensionali, come si fa nel collage o nei giochi per l’infanzia.
Del resto, quando i bambini iniziano a disegnare, disegnano figure bidimensionali, non c’è la terza dimensione. La tridimensionalità è definita dal ruolo attribuito a ciascun personaggio e non dal fatto che sia realmente disegnata la terza dimensione.
Trovo sia un processo mentale estremamente sintetico e affascinante, ecco, io sono più o meno fermo a quell’età lì.
La stessa cosa succede per le quinte teatrali, per le scenografie, nel
kamishibai e anche nella musica stessa ma con la componente temporale oltre che spaziale.
Anche in architettura è così, la visione che portiamo avanti con La Macchina Studio è fortemente influenzata dalla composizione teatrale e l’illustrazione diventa uno strumento di controllo e comprensione della visione stessa che, ancora una volta, è una scatola piena di pezzi.
Per come la vedo io, è tutto una sovrapposizione di pezzi, pezzetti e pezzettoni.
Sta a noi dargli un senso.

Dici che nel tempo libero ti piace costruire oggetti inutili: quanto pensi siano importanti queste esplorazioni senza uno scopo preciso per alimentare il proprio lavoro?

Il mio lavoro di illustratore è focalizzato sull’illustrazione digitale ma lavoro tanto con “l’analogico” perché mi serve come strumento di comprensione del digitale stesso. Nel tempo libero costruisco oggetti inutili, cose non destinate alla vendita, senza una richiesta specifica, cose che già prevedo non avranno un buon esito o che non hanno una funzione precisa. Ci sono piccoli personaggi fatti di pezzetti di avanzo di plastici di legno, teste di carta, maschere di legno, animaletti segnalibro, una gallina che va avanti e indietro, un rinoceronte che dovrebbe alzarsi su due zampe ma non lo fa…
In realtà sono tutte cose fondamentali per evolvere il mio processo creativo, per capire come si comporta un materiale, per arrivare a risultati inaspettati e poi dedurne in procedimento, per accelerare il workflow digitale.
La particolarità è che sono tutti oggetti tridimensionali e “analogici” che mi servono per capire come lavorare in digitale in 2d.
Un aspetto molto importante di questi giochi è che sono imperfetti, si usurano e si rompono. È una cosa molto bella perché mi ricorda che tutto quello che facciamo è imperfetto e delicato ma comunque si può sempre aggiustare e soprattutto che, se lo vogliamo, anche una cosa inutile può diventare un’esperienza bellissima.
C’è anche da dire che da quando sono papà, queste attività diventano un lavoro partecipato e alla fine questi oggetti diventano incredibilmente utili, non solo per me.

Cosa metteresti in una capsula del tempo?

“The meaning of life” dei Monty Python in dvd e anche dentro una usb, non si sa mai.

Se potessi incorniciare un momento dell’ultimo anno di cui sei particolarmente fiero, quale sarebbe?

Quando è morto Enzo Mari ho avuto un’epifania. Non una roba alla Paolo Brosio ma piuttosto come quando cerchi gli occhiali che hai perso e improvvisamente ti accorgi che sono sempre stati sul naso.
In particolare mi riferisco alla frase “Siate umani. Fate quel poco che riuscite a fare, ma fatelo per tutti”.
È una frase molto bella e che arriva a chiunque ma che significa veramente? In che modo può far parte della mia vita?
In un periodo storico in cui l’autoaffermazione incondizionata è quel sapore che ti lascia una giornata sui social e in cui lo stile non è uno strumento al servizio del progetto ma spesso un mezzo per arrivare a lasciare la tua impronta sul cemento, cosa posso fare “per tutti” e come?
A questo punto ho trovato gli occhiali sul naso. Di Paolo Brosio.
Ho iniziato a sviluppare super rapidamente una serie di progetti che fino ad allora erano solo frammenti.
Ad esempio ho realizzato un calendario illustrato dal titolo “BUONi propositi per il nuovo ANNO” in cui ogni mese c’è un buon proposito da realizzare e a fine mese puoi ritagliare l’illustrazione e incorniciarla. Un modo simpatico per migliorarsi giocando e far sì che l’oggetto sia uno strumento per creare un contatto con le persone.
Un altro esempio è “Every child is an artist”, in cui trasformo lo “scarabocchio” di un bambino in una vera e propria illustrazione da incorniciare. È un progetto rivolto ai bambini molto piccoli ma ancor prima ai genitori per coltivare e rispettare la sensibilità artistica dei propri piccoli e diffondere la consapevolezza che ogni disegno, ogni scarabocchio può diventare un prodotto finito e meraviglioso.
So benissimo che ogni disegno fatto dai nostri figli è bellissimo, vale anche per me…ma qualsiasi primo disegno, se pur emozionante, non è già il risultato ma solo l’inizio di un processo meraviglioso e pieno di scoperte che, assecondando la visione più o meno consapevole di cui quel disegno è portatore, ci porta al prodotto finito.
Un ultimo esempio è proprio “Siate Umani”, un gioco su instagram di illustrazione, filantropia e sopravvivenza. Si può partecipare uno alla volta e solo se si viene nominati. Ogni illustratore è chiamato senza preavviso a realizzare un’illustrazione ispirata alla frase di Enzo Mari. Una volta realizzata, l’illustratore nomina un altro illustratore e così via. Una catena di Sant’Antonio ma qui si gioca uno alla volta e ogni persona ha il potere di continuare o interrompere il gioco: una bella responsabilità.
L’idea mi è venuta durante questo periodo di pandemia in cui tutti improvvisamente rispettavano le file e si chiedeva che ognuno facesse la sua parte con mascherine, amuchine ecc…per il bene di tutti ancor prima che di se stessi, del resto la mascherina chirurgica è la massima espressione di questo principio.
Poi ho osservato i 16 animali di Enzo Mari: animali tutti diversi che insieme si incastrano perfettamente ma ne basta uno solo perché crolli l’equilibrio.
Così ho fatto uno più uno, ho messo gli animali in fila e via verso il bene comune.
Portata a termine la missione, ogni illustratore riceve dei ringraziamenti personalizzati e una piccolo trofeo illustrato perché nessuno è tenuto a fare ciò che fa, in particolare quando lo fa per gli altri.
Illustrazioni per restare umani.

Un libro, un disco o un fumetto che hai comprato a scatola chiusa?

Un disco a caso di Prince, un albo a caso di Beatrice Alemagna, con i libri invece non lo farei mai.

Il gatto di Schrödinger è vivo o morto?

È nero.

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